Chi non ha mai osato avvicinarsi all’eterogeneo universo narrativo di Virginia Woolf per inerzia, per timore
o semplicemente perché la ritiene oramai relegata in un passato lontano, che non merita più di essere decodificato, dovrà ricredersi. Gita al faro è indiscutibilmente un romanzo complesso, il lettore potrebbe sentirsi defraudato da una scrittrice che preferisce dileguarsi piuttosto che guidarlo per mano, costringendolo a rapportarsi da solo con un mondo enigmatico, intriso di simbolismi; ma è anche un romanzo dalla modernità sconcertante, la cui lettura lascia interdetti, inebriati da quel turbinio di immagini e visioni, resi mediante uno stile decisamente inconfondibile.
Considerato da molti il capolavoro della scrittrice inglese, questo romanzo presenta una dilatazione smisurata del tempo interiore a discapito degli avvenimenti esterni, che ruotano esclusivamente intorno all’eventuale gita al faro che potrebbe compiersi il giorno seguente.
Parole che si riversano sulla pagina scritta “delineando” impressioni, stati d’animo, ricordi che, consapevolmente o inconsapevolmente, si addensano nella coscienza dei protagonisti, mentre la realtà esterna rimane praticamente cristallizzata nel momento in cui avviene il repentino sdoppiamento tra mondo interiore ed esteriore. Il lettore, mediante questi continui flussi di coscienza, viene reso partecipe di quei capricciosi voli pindarici che la mente umana sovente effettua mediante una libera associazione di idee.
Al centro della narrazione un quadro familiare in vacanza, i Ramsay, intorno ai quali ruotano alcuni personaggi tra cui la pittrice Lily Briscoe, in piena crisi artistica poiché non riesce a terminare il suo quadro che dovrebbe ritrarre la signora Ramsay e il figlio.
La prima parte, interamente costruita sull’attesa (specie per il piccolo James) e sulla possibilità che questa gita possa effettivamente compiersi, è dominata dagli interminabili silenzi della signora Ramsay e dalla luce rassicurante del faro che penetra dalla finestra. A essa segue Il trascorrere del tempo interludio lirico che, riassumendo metaforicamente dieci anni, funge da anello di congiunzione con la terza parte. Il tempo qui diventa il protagonista indiscusso: nella sua furia annientatrice distrugge ogni cosa intralci il suo cammino, fatta eccezione per alcuni oggetti lasciati lì a testimoniare che in passato i Ramsay avevano abitato quei luoghi, avevano attraversato con passo cadenzato quelle stanze, pervase adesso da un silenzio opprimente. In queste brevi e intense pagine, che rivelano pienamente l’estro della Woolf, la morte, evento ineluttabile che annienta la vita di alcuni dei personaggi (tra cui la madre), s’interpone alla narrazione tra cupe parentesi quadre. Se il buio cala nella seconda parte, la luce del faro ritorna vivida nella terza: la gita al faro si realizzerà nonostante le vicissitudini e sebbene l’entusiasmo che dieci anni prima aveva animato il piccolo James abbia lasciato spazio al disincanto.
L’ultima parte è quindi dominata dall’assenza della signora Ramsay e dal suo ricordo che Lily, mediante la pittura, cerca di preservare in eterno. È proprio il dolore associato alla sua scomparsa a determinare nella pittrice quel momento epifanico indispensabile per terminare, dopo dieci anni, il quadro che chiuderà definitivamente il cerchio dell’attesa. Un romanzo assolutamente imprescindibile.
Maria Grazia Zuottolo








