“Un amore” riscoperto

Era il 1963 quando Dino Buzzati dava alle stampe un romanzo che, più nei temi che nei toni, si distanziava dai suoi lavori precedenti: Un amore, opera che la critica (ma anche una fascia di pubblico) si affrettò a bollare come immorale e scandalosa, bistrattandola immeritatamente. Immeritatamente, certo, perché si tratta invece di un racconto struggente e delicato, in parte autobiografico, ovviamente – ma non scontatamente – doloroso. Con questo romanzo, il suo ultimo, l’autore bellunese si spinse in un territorio fino a quel momento per lui inesplorato; la novità è esplicita sin dal titolo, Un amore, che non lascia adito a dubbi. O forse sì. Quanti non avessero ancora letto l’opera in questione (e la mia invidia è tutta per queste persone, che potranno scoprirla con l’emozione della prima volta) potrebbero infatti essere indotti a pensare che si tratti di un “romanzo d’amore”. In realtà, quello che Buzzati fa, è il racconto di “un amore”. Se volessi dirla con le parole di Eugenio Montale, direi che questo romanzo tratta della “dissezione quasi anatomica di un sentimento amoroso che molti diranno patologico, ma che in realtà tutti gli uomini che non hanno gli occhi e il cuore foderati da una cotenna di lardo hanno almeno virtualmente provato.” Ineccepibile. Se però volessi dirla con parole mie, direi che il romanzo narra una storia-non-storia d’amore che sboccia – o forse non sboccia mai – nel luogo più insospettabile e, forse per questo, più propizio ad una storia (seppur non-storia) d’amore: la Milano polverosa e brulicante del primo boom economico, che poco spazio sembrerebbe poter riservare, almeno nell’immaginario collettivo, ai sentimenti. Ma Buzzati è Buzzati, difficilmente i suoi personaggi avrebbero potuto conoscersi ad un party in piscina sorseggiando una caipirinha o durante un giro di valzer ad un galà di beneficenza!

In questo quadro dalle tonalità caliginose, l’amore assorbe gli aspetti malinconici, il senso di inadeguatezza, di precarietà, di soffocamento, tingendosi d’inquietudine sino a trasformarsi in un sentimento morboso e non ricambiato; quello che l’architetto Antonio Dorigo, non proprio di primo pelo ma ancora un bell’uomo, prova per Adelaide, sciantosa poco più che adolescente. So già quello che starete pensando: sa di copione già visto, un po’ Nabokov, un po’ Sandro Mayer. Ve ne do atto, il soggetto non può dirsi originalissimo, ma Dorigo non è Humbert Humbert e Adelaide non è Anna Tatangelo.

E’ un uomo colto ed intelligente, Dorigo, (non che Humbert non lo sia, anzi), ma assolutamente incapace, forse a causa dell’educazione ricevuta, di stabilire approcci o legami con il sesso femminile; la conquista amorosa gli è sempre sembrata un inutile dispendio di tempo, denaro ed energie, reso se possibile ancor più vano dall’impenetrabilità dell’universo femminile e dall’atteggiamento inarrivabile di certe ragazze. Trova perciò una scorciatoia nelle case d’appuntamento, di cui è assiduo frequentatore; in quelle stanze i contatti sono occasionali, non vincolanti, e per ventimila lire si può – tempi d’oro, sospirerà qualcuno – avere ciò che nella vita esterna costerebbe un monte di umiliazioni, due di picche, porte sbattute in faccia, per non parlare del continuo foraggiamento di ricchi premi e cotillons e chi più ne ha più ne metta. Quando Dorigo conosce Laide (o meglio, “la Laide”), sedicente ballerina della Scala che si prostituisce in casa della signora Ermelina, le sue convinzioni vanno letteralmente gambe all’aria; malgrado la freddezza della ragazza – glaciale come neanche un polaretto – l’uomo avvampa immediatamente di passione per lei. Buzzati ci descrive questo amore tormentato, dal suo sorgere all’ahimè inevitabile naufragio, attraverso vari step: il coup de foudre, la dipendenza, la frustrazione, la gelosia, le umiliazioni, la rabbia, le risoluzioni sempre disattese, i ritorni… Insomma, tutto il must delle vere e grandi storie d’amore. Sì, perché ciò che lega Dorigo alla Laide non è soltanto un’attrazione sessuale pari a quella provata per le prostitute con cui si era intrattenuto prima di conoscerla. Dorigo ama Laide e avrebbe l’assurda e arrogante pretesa di comprarne non soltanto il corpo ma anche l’amore. Con i suoi capricci, le sue moine, i ricatti e le ripicche, la ragazza rappresenta per l’anziano professionista l’incarnazione della gioventù, della sfrontatezza, ma ancor più della libertà e del mistero; in parole molto ma molto povere, una “botta di vita” nella sua grigia esistenza dominata, sino a quel momento, dal pensiero della morte. Allo stesso tempo la invidia, perché lei è tutto ciò che lui non è mai riuscito ad essere: è spavalda, spregiudicata, disinvolta e sicura del fatto suo (malgrado, forse, questa non sia che una copertura ad una fragilità di fondo). E vorrebbe detestarla, naturalmente, per quel suo essere così altezzosa, così restia e poco spontanea nel concedersi. In realtà detesta se stesso, il suo dipendere da una bambina ignorante; detesta dimostrarle la sua dipendenza, mostrarsi sbavante e arrendenvole e farsi passare per “lo zio”. Sì, perché Dorigo non è un sadomasochista, non gli piace che lo si tratti come l’ultimo degli zerbini e gli scoccia tremendamente dover ammettere che lei, la “piccola ed ingenua” Laide, lo tiene, diciamo così, per il bavero. Ella, dal canto suo, sfrutta questo suo potere senza farsi troppi scrupoli, fino a non lasciargli che un’ombra, o forse nemmeno quella, di dignità. E’ un personaggio forte, quello di Adelaide, una ragazza che, pur nella sua superficialità popolaresca, sa esattamente ciò che vuole, è bramosa di vita e di modernità, ed è disposta a tutto pur di emanciparsi da una situazione che le va stretta; è lei a tenere le redini, è lei che stabilisce le regole, abilissima nel gioco del gatto col topo. Il vero protagonista del romanzo è però l’amore, “un amore”, seppur malato e a senso unico, ma travolgente, dilagante, impossibile da razionalizzare, a cui non è pensabile opporsi o sottrarsi; una scialuppa di salvataggio assolutamente illusoria dacché, come tutti i mezzi di fortuna, alla lunga si rivela fallace. Un’esperienza comunque indispensabile, pur se drammatica e dolorosa, ma proprio per questo capace di far battere il cuore ad un ritmo diverso da quello abituale. E talmente potente da farne dimenticare le (numerose) controindicazioni.

F. D. F.

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