Strade secondarie

Due protagonisti, Felipe e suo padre, una vecchia carcassa d’epoca e la strada. Questa lo scenario in cui si imbatte illettore che, vigile, segue le loro peripezie, durante un incessante viaggio attraverso la Spagna franchista degli anni Settanta.

Soli, senza meta e senza denaro, viaggiano in una vecchia Citroën Tiburón “from coast to coast”e sostano provvisoriamente, durante la bassa stagione, in località di mare desolate, vivendo di piccoli  espedienti che il padre, di volta in volta, “inventa” pur di procurarsi da vivere. Dalla vendita di cioccolato vitaminico a quella di agente artistico per l’amante Estrella, dall’ufficio illegale per le chiamate all’estero nella “propria” casa truffando le compagnie telefoniche, fino al trasferimento in una città interna con una base americana, dedicandosi alla rivendita di oggetti usati.

Questo repentino cambio di rotta dalla costa alle zone interne comporterà un’imprevedibile svolta nella loro vita, segnata da una temporanea e dolorosa separazione a cui seguirà un’inaspettata risoluzione finale.

Un’avventura incalzante, scanzonata, raccontata esclusivamente dalla prospettiva adolescenziale di un ragazzo che gioca a fare il duro, che ci rende compartecipi di uno stralcio di vita decisamente poco ordinaria. Continui flashback, intercalati da domande retoriche che rivolge allo stesso lettore, ricostruiscono una storia dal retrogusto amaro, il cui tono umoristico ed autoironico danno vigore ad una realtà tutt’altro che invidiabile.

La solitudine che accompagna inesorabilmente i due acuisce quel senso di spaesamento che assale Felipe per la mancanza di una fissa dimora, aggrava quell’avversione nei confronti di un padre frivolo che continuamente cambia amanti, dolorosamente comparate ad una madre mai conosciuta.

Felipe in questa perenne vita itinerante, in seguito ad alcune vicissitudini, temporaneamente solo, si imbatte con la famiglia benestante paterna, è costretto ad arrestarsi, a confrontarsi con una realtà completamente discordante da quella vissuta precedentemente. Pur acquisendo un aspetto signorile, mediante le “attenzioni”  dello zio che rimuovono qualsiasi traccia della vita nomade passata (dal taglio di capelli ai finti tatuaggi), catapultato repentinamente in un mondo insolitamente stabile, si rende conto di non farne assolutamente parte.

Riesce tuttavia a ritrovare i tasselli necessari per ricomporre quel puzzle lasciato giacere incompleto per troppo tempo, a ricostruire quel passato obnubilato dall’oscurità.

Giunti al capolinea, l’unico volto di cui non riesce a delineare i tratti sarà quello della madre ma, in un futuro che rivede i due protagonisti in un sodalizio indissolubile alla stregua di Don Chisciotte e Sancho Panza, Felipe spera di poter formulare quella domanda in grado di rischiararne il volto, di renderlo perfettamente riconoscibile ai suoi occhi.

Pur non essendo un romanzo impegnato, quello di Ignacio Martínez de Pisón è un racconto contemporaneo d’avventura, a tratti triste, amaro ma che ruba un sorriso al lettore grazie ad uno stile indiscutibilmente beffardo. Una storia che è  un continuo peregrinare fino alla fine quando al sogno di una stabilità inafferrabile, subentrerà in Felipe quel sentimento nostalgico di un passato errante di cui, fortunatamente, ci ha lasciato testimonianza.

Maria Grazia Zuottolo

Foto: http://www.revistateina.org/teina5/imagenes/pison.jpg

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