Nordest: il Klondike italiano del dopoguerra, il traino dell’economia del Paese. Un sesto della popolazione italiana che
pensa solo e soltanto a produrre, produrre senza sosta e accumula, accumula, accumula.
Denaro, naturalmente. E miserie, forse in quantità ancora maggiore. Perché non è tutto oro ciò che luccica, recita il proverbio, ed è dove il benessere e il soldo la fanno da padrone che covano le peggio derive. L’aureo Nordest ha un cuore nero e organi purtrescenti; è un cannibale che si disseta col sangue di decine di migliaia di ombre. Hanno un nome, “forza lavoro”, ma ufficialmente non esistono. Il Nordest che, ora, paga lo scotto per le sue malefatte: i nodi vengono al pettine e il Gigante si sgretola. Le tangenziali e le provinciali, immerse nella nebbia, attraversano aree industriali semideserte, dove le fabbriche hanno chiuso o stanno chiudendo per spostare il lavoro all’estero. Sull’A4 Venezia-Trieste, ogni settimana transitano colonne di Tir diretti ad est o che da est provengono.
Trasportano merci varie, legali ed illegali: oggetti, animali, esseri umani… Ville d’epoca, capannoni industriali, condomìni popolari e bifamiliari a schiera, è questo il Nordest. E’ la paura, immensa, dei cinesi, che se non stai attento ti si comprano, tu e tutti i figli tuoi; dei neri, che fanno paura a prescindere (e puzzano, dio, come puzzano); degli albanesi, che guidano ubriachi e violentano; dei trans che, com’è noto, sequestrano i primogeniti maschi etero e li rimandano indietro gay; degli zingari, che rubano; dei vicini di casa, che tizio mi ha detto che… E poi il sospetto verso i terroni, che non hanno voglia di lavorare, e chiunque non parli il dialetto del luogo. Un dialetto che cambia ad ogni chilometro, ma che resta l’ultimo baluardo delle proprie radici culturali.
Nordest è il titolo del romanzo, un noir sapientemente condotto da Massimo Carlotto (è lui, è lui) e Marco Videtta, ma è anche l’ambientazione delle vicende narrate. Ovunque, nel Nordest. Perché “Nordest”, da molto, non è più un insieme di luoghi, di paesi e città, di colline e montagne e pianura. E’ un’unità a sé stante, un tutt’uno. Qui o là, fa lo stesso.
Qui o là muore Giovanna, giovane avvocatessa di buona famiglia (seppur caduta in disgrazia, a immagine del Nordest) ad un passo dal matrimonio con Francesco, eccellente partito. Suicidio? Omicidio? Chi è colpevole e chi può dirsi veramente innocente? Il suo fidanzato, avvocato e figlio di avvocato? L’avvocato senior? Il suo ex, psicolabile e ripudiato, o la madre gelosissima di lui? L’amante misterioso? Le storie dei personaggi, dalle personalità ambigue, si mescolano con la storia e l’identità, altrettanto torbide, del territorio, vero protagonista del romanzo. Il “giallo” di paese è quasi un pretesto per sbugiardare la culla del miracolo economico, tanto improvviso quanto effimero, in realtà un deserto di ipocrisia celato da una facciata di fede cattolica e abnegazione al lavoro.
Ambienti “bene”, SUV e “cafoni arricchiti”, bar di paese e appezzamenti terrieri: i personaggi del romanzo non si muovono in bassifondi da tagliagole. Ma affari poco chiari, traffici di rifiuti tossici, misteriosi roghi di fabbriche si intersecano, pretendendo un capro espiatorio, a queste vite dall’apparenza perfetta, o quasi. Perché se il Nordest è (o era) il Nordest, il merito non è (era) soltanto del lavoro onesto di tante persone, che ci sono e ci sono state; la rampa di lancio del boom è stata un sistema economico spregiudicato, che ha saccheggiato e sventrato il territorio senza farsi troppi scrupoli, passando sopra all’etica e alla morale, in nome del “progresso”, agendo sulla sottile linea di confine tra legalità e illegalità (linea spesso e volentieri oltrepassata), favorito dalle maglie un po’ troppo lasche della giustizia dei furbi.
Uno sfondo stridente su cui anche un tema sempreverde come lo scontro generazionale padri-figli assume toni e sapori agri. I padri, protagonisti del “miracolo”, si considerano i fautori di un prodigio che a nessun altro sarebbe potuto riuscire e si aspettano rispetto e riconoscenza in æternum. I figli, allattati alla mammella del benessere, crescono combattuti da una dicotomia interiore: ringraziare vita natural durante i padri e vivere così agiatamente nella loro ombra, o affermarsi per i propri meriti, prendendo le distanze da determinate condotte e imboccando, se necessario, strade diverse? E’ la scelta di fronte alla quale si trova Francesco, il quale, dopo aver seguito le orme del genitore, che per lui ha previsto un futuro nel proprio studio, si trova a scontrarsi con l’ambiente in cui è sempre vissuto e le sue bassezze e a decidere se proseguire su un cammino già tracciato, facendo finta di nulla, o svicolare e aprire gli occhi alla verità.
Francesca D.F.
Foto: http://www.thrillercafe.it/wp-content/uploads/2009/05/carlotto-massimo.jpg








