L’essere umano nella sua innegabile fragilità vive la vita, in cui si vede involontariamente catapultato, nel vano
raggiungimento di una felicità effimera. Lo stato di benessere, cui l’uomo ha attribuito il termine “felicità”, può manifestarsi mediante il raggiungimento del piacere, oppure grazie alla realizzazione concreta di desideri. I fratelli Schlegel parlavano, a riguardo, di un desiderio del desiderio, esprimendo lo struggimento dell’uomo nell’incessante ricerca del desiderio stesso. Quest’ultimo muore nell’istante in cui si cristallizza in una forma, nell’attimo in cui si realizza, necessitando il subentrare di un ulteriore desiderio proiettato all’infinito.
Dimentichiamo questo preambolo che in poche righe riassume quella che, a mio avviso, è la condizione umana e capovolgiamo il nostro punto di vista, evidenziando invece quali sono i comportamenti ed i pensieri che ci precludono dalla felicità. Questo essenzialmente è il tentativo, peraltro riuscito, dello scrittore e psicologo Paul Watzlawick che in questo breve saggio, tra delucidazioni e approfondite argomentazioni, ci fornisce spunti per future riflessioni.
La tesi è la seguente: l’uomo sostanzialmente non può fare a meno dell’infelicità. Se vediamo il nostro punto di vista come unico e indiscutibile evitando il confronto, se compariamo il passato aureo con un presente buio, se ci sentiamo vittime e interpretiamo alcune vicissitudini casuali come sintomi di una sfortuna che ingiustamente ci perseguita, se pensiamo infine di trovarci sempre nel luogo sbagliato al momento sbagliato, bé possiamo dire di essere sulla strada giusta.
Brevi capitoli dove si “consigliano” gli esercizi mentali per la nascita di pensieri negativi, dove prendono corpo teorie sulla complicazione dei rapporti interpersonali e amorosi (invitandoci, ad esempio, ad innamorarci di persone irraggiungibili) intervallate da continui riferimenti intertestuali che oscillano tra letteratura e psicologia; il tutto per avvalorare la tesi secondo la quale l’uomo è portato, per sua stessa natura, a crogiolarsi inutilmente creando situazioni spiacevoli e poco felici.
Ovviamente questo sguardo sulle inconsce ossessioni umane, raccontate peraltro sagacemente e ironicamente (nonostante a tratti la lettura risulti “difficoltosa”e con troppi rimandi ad altri testi) sono tutte finalizzate a dimostrare, contrariamente a ciò che si immagina, che l’uomo può sì favorire l’insorgere dell’infelicità ma anche della stessa felicità.
Sembra paradossale ma «disperatamente semplice è la soluzione».
Anche Dostoevskij, la cui citazione apre e chiude il saggio, l’aveva capito: «Tutto è buono…Tutto. L’uomo è infelice perché non sa di essere felice».
A voi lettori l’ardua sentenza.
Maria Grazia Zuottolo








