Il bello come unica regola di vita

Personaggio di indiscutibile fama, patriota, scrittore, uomo di società, Gabriele D’Annunzio è il portavoce principaledella cultura estetizzante in Italia. Mirò a realizzare uno stile di vita del tutto eccezionale, libero da costrizioni e vincoli, fastoso, raffinato, sensuale, ricco di tensioni erotiche e forte di ideali eroici. Sul personaggio D’Annunzio è stata scritta una mole innumerevole di biografie, saggi, critiche, ed è stato detto tutto il contrario di tutto. Ciò fa comprendere quale e quanta importanza abbia avuto il poeta all’interno del panorama letterario, della società e dell’immaginario popolare nazionale; egli era per milioni di persone un modello di comportamenti e di gusti, oltre che un fervido creatore di mode e atteggiamenti e un ispiratore di ideali.

La vita di D’Annunzio può essere considerata una delle sue opere più interessanti. Secondo i principi dell’estetismo, bisognava fare della propria vita un’opera d’arte, e il dandy italiano per antonomasia fu costantemente teso alla ricerca di questo obiettivo. D’Annunzio si crea la maschera dell’esteta, dell’individuo superiore dalla squisita sensibilità che rifugge inorridito dalla mediocrità borghese, rifugiandosi in un mondo di pura arte e accettando come regola di vita solo il bello.

Puntava a creare l’immagine di una vita eccezionale (il “vivere inimitabile”), sottratta alle norme del vivere comune. Colpiva soprattutto la fantasia del pubblico borghese la Villa della Capponcina, sui colli di Fiesole, dove il poeta conduceva una vita da principe rinascimentale, tra oggetti d’arte, stoffe preziose, cavalli e levrieri di razza. In realtà, in questo disprezzo per la vita comune ed in questa ricerca di un’esistenza eccezionale, D’Annunzio era strettamente legato alle esigenze del sistema economico del suo tempo. Con le sue esibizioni clamorose ed i suoi scandali, lo scrittore voleva mettersi in primo piano nell’attenzione pubblica per vendere meglio la sua immagine e i suoi prodotti letterari. Gli editori gli pagavano somme favolose, ma quel fiume di denaro non era mai sufficiente alla sua vita lussuosa. Quindi, paradossalmente, il culto della bellezza ed il “vivere inimitabile” risultavano essere finalizzati al loro contrario, a ciò che D’Annunzio ostentava di disprezzare: il denaro e le esigenze del mercato. Proprio lo scrittore più ostile al mondo borghese era, in realtà, il più legato alle sue leggi; lo scrittore che più spregiava la massa, era di fatto costretto a sollecitarla e a lusingarla. È questa una contraddizione che D’Annunzio non riuscì mai a superare.

Questo personaggio dell’esteta, che si isola dalla realtà meschina della società borghese contemporanea in un mondo rarefatto e sublimato di pura arte e bellezza, e la cui maschera indossa D’Annunzio nella vita come nella produzione letteraria, è, a ben vedere, una risposta ideologica ai processi sociali in atto nell’Italia dopo l’unità; processi sociali che, in conseguenza dello sviluppo capitalistico in senso moderno, tendevano a declassare e ad emarginare l’artista, togliendogli quella posizione privilegiata e di grande prestigio di cui aveva goduto nelle epoche precedenti, oppure lo costringevano a subordinarsi alle esigenze della produzione e del mercato. Il personaggio dell’esteta, costruito nell’opera letteraria, è una forma di risarcimento immaginario da una condizione reale di degradazione dell’artista. Ben presto, però, D’annunzio si rese conto dell’intima debolezza di questa figura: l’esteta non ha la forza di opporsi realmente alla borghesia in ascesa che, a fine secolo, si avvia sulla strada dell’industrialismo, del capitalismo monopolistico, dell’industrialismo aggressivo, colonialista e militarista. Egli avverte tutta la fragilità dell’esteta in un mondo lacerato da forze e da conflitti così brutali: il culto della bellezza si trasforma in menzogna. La costruzione dell’estetismo entra allora in crisi. Il primo romanzo scritto da D’Annunzio, Il Piacere (1889), in cui confluisce l’esperienza mondana e letteraria vissuta fino a quel momento, né è la testimonianza più esplicita. Al centro del romanzo c’è la figura di un esteta, Andrea Sperelli, il quale non è che un “doppio” di D’Annunzio stesso. Andrea è un giovane aristocratico, artista, proveniente da una famiglia di artisti “tutto impregnato d’arte”. Il principio “fare la propria vita come si fa un’opera d’arte” diviene una forza distruttiva che lo priva di ogni energia morale e creativa, lo svuota e lo isterilisce. D’Annunzio attraversò oltre un cinquantennio di cultura italiana, influenzandola profondamente in numerosi fasi con la sua produzione sovrabbondante. Un influsso altrettanto profondo esercitò sulla politica, poiché elaborò ideologie, atteggiamenti, persino slogan, che furono fatti propri dal Fascismo (il “Mare Nostro”, le “folle oceaniche”); un’impronta incalcolabile lasciò sul costume, dando vita al fenomeno del dannunzianesimo, che segnò il comportamento di intere generazioni borghesi. Ma influenzò anche le forme della nascente cultura “di massa” come certa produzione letteraria di consumo che traduceva le atmosfere estetizzanti e rarefatte ad uso di lettori di mediocre cultura; ed il cinema, che ai suoi esordi, negli anni Dieci, fu profondamente dannunziano.

Nicolamaria Coppola

Foto: http://dreamingofthefire.files.wordpress.com/2010/02/d_annunzio.jpg

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