Un’opera teatrale concisa, bizzarra, apparentemente innocua ma che ha destato, nel corso degli anni, l’attenzione de
i critici che si sono spesso impelagati in articolate disquisizioni al fine di trovare la giusta chiave di lettura. En attendant Godot, scritta (prima in francese e successivamente in inglese) dall’irlandese Samuel Beckett, si è arricchita di anno in anno di numerose e più o meno plausibili “letture”, nel tentativo di scorgere un messaggio “rivelatore” celato nell’estrosità dei dialoghi, paradossalmente fin troppo chiari, fin troppo scontati. Risulta quasi impossibile credere che tutto finisca lì sulla scena e non è per niente biasimabile se qualcuno, dopo essersi imbattuto nell’opera, abbia cercato di reinterpretare allegoricamente i contenuti.
Il lettore più acuto nel leggere questa pièce potrebbe certamente riconoscere e magari aggiungere ulteriori suggestive interpretazioni a quella che “sembra” una storia (e perché no una non-storia) basata esclusivamente sull’attesa. Attesa che non coinvolge solamente i personaggi che si “muovono”, o meglio che si “soffermano” sulla scena, ma anche lo spettatore (nel nostro caso il lettore) che attende, invano, che qualcosa possa accadere.
In uno scenario minimalista si muovono due mendicanti, Vladimiro ed Estragone, che aspettano l’arrivo di un certo Godot, di cui non conoscono nulla ma che avrebbe dato loro appuntamento sotto un albero in una strada di campagna. Durante questa estenuante attesa, colorita da dialoghi ripetitivi e strambi, altri due personaggi compaiono sulla scena: Pozzo, un proprietario terriero e Lucky il suo servo, tenuto al guinzaglio e costretto ad assecondare tutti i capricci del padrone.
La conversazione tra i quattro, superficiale ed a tratti senza senso, termina con l’uscita di scena di Pozzo e Lucky e l’arrivo di un ragazzo, il quale comunica ai due mendicanti che Godot ha rinviato l’appuntamento al giorno seguente.
Il secondo atto replica sostanzialmente ciò che lo “spettatore” ha visto in precedenza. Nuovamente i due mendicanti, un ulteriore incontro con Pozzo (che improvvisamente è diventato cieco) e Lucky (che è diventato muto) e la scena finale che si chiude con la ricomparsa del ragazzo e l’annuncio che Godot verrà il giorno seguente. L’attesa prosegue.
Cala il sipario, purtroppo definitivamente.
Il teatro dell’assurdo di cui Beckett rappresenta uno degli esponenti, sembra raggiungere l’acme con quest’opera in cui nulla sostanzialmente accade. I personaggi sono incapaci di reagire, colmano il tempo di cui sono ossessionati ma di cui non hanno coscienza, con dialoghi vacui, dietro i quali si cela un senso d’incomunicabilità profonda.
L’inerzia che impedisce qualsiasi reazione a Vladimiro ed Estragone, il senso di alienazione e spaesamento che Beckett proietta sulla scena, creano un alone cupo rischiarato, tuttavia, da una verve comica che fa sorridere ed a tratti ridere di gusto.
Lo spettatore-lettore tuttavia, alla chiusura del sipario, potrebbe rimanere deluso sentendosi quasi beffato da questa inutile attesa che inevitabilmente lo ha coinvolto, immaginandosi, inoltre, l’oramai scomparso Beckett strizzare l’occhio a chiunque abbia cercato in questi anni un “senso”, protendendosi oltre ciò che ha effettivamente visto.
Godot è stato identificato con Dio, la morte, la fortuna, la felicità; che egli sia questo ed altro, che l’opera rispecchi il senso di spaesamento dell’uomo del XX secolo nessuno, ahimè, potrà confermarcelo, nemmeno più l’autore, che invece ci ha lasciati decisamente nel “maleficio” del dubbio.
Maria Grazia Zuottolo








