Dizionario dei nomi propri

Nata in prigione da una mamma diciannovenne che, all’ottavo mese di gravidanza,

ha ucciso nel sonno il marito e che, poche ore dopo il parto, si impiccherà in cella,

Plectrude è una bimba diversa dalle altre.

Lo capisce, prima ancora che lei venga al mondo, sua madre, che per questo decide di affidarle un nome tanto eccezionale, contro il parere di psicologi e parenti. Lo capisce la zia-madre-adottiva, che ne è sedotta dal primo istante e la cresce votandole un culto morboso. Non senza disappunto, lo capisce la maestra di scuola, che la prende per una ritardata e vorrebbe farle ripetere la prima elementare. I compagni di classe, crudeli come sanno essere i bambini, considerandola un’aliena la isolano e si prendono gioco di lei. L’insegnante di danza classica, dal canto suo, si accorge di avere a che fare con una bambina “speciale”, una piccola étoile, una promessa del balletto.

Promessa mantenuta, dal momento che Plectrude si vota completamente alla danza, senza sapere che sua madre, per prima, aveva immaginato per lei quel destino. E senza nemmeno immaginare, probabilmente, a cosa quella predestinazione e quell’ostinazione la porteranno. Perché la storia di Plectrude si basa e si snoda sugli estremi: il ritardo e il genio, la pienezza e la privazione, l’amore soffocante e il bieco ostracismo, l’annichilimento ed una ricostruzione che ha tutta l’aria di una resurrezione.

Il finale a cui approda il lettore è infatti un lieto fine, ma per arrivarvi, occorre passare dall’inferno della scuola di danza dell’Opéra di Parigi, dove adolescenti pelle e ossa si sfiniscono alla sbarra, privandosi di ogni nutrimento, incoraggiate in questo da adulti senza scrupoli, che avrebbero il ruolo di insegnanti-educatori ma che le trattano da “scrofe” se solo osano metter su qualche grammo. Occorre arrivare all’inevitabile patatrac, perché Plectrude apra gli occhi sulla realtà; la fuga dal calvario non è priva di difficoltà, ostacolata da un corpo che non ubbidisce più, da una madre-zia che si sente tradita e la rinnega dopo averla adorata, dalla propria disillusione e dalle aspettative – proprie ed altrui – deluse.

A diciannove anni, Plectrude, spossata, è persuasa a seguire le orme di colei che l’aveva generata e messa al mondo: diventata a sua volta madre, sta per lasciarsi andare una volta per tutte, quando un angelo, senza ali ma con un “bellissimo” labbro leporino, interviene a salvarla. E’ Mathieu, morto folgorato e rinato all’età di un anno. E’ l’Amore, un amore “speciale” – non poteva essere altrimenti -  ma sincero e senza compromessi.

Amélie Nothomb, giovane e prolifica scrittrice belga, riprende in questo romanzo temi a lei cari quali la diversità e il corpo come luogo di conflitto, soggetti che l’hanno riguardata da vicino e che, proprio per questo, non smette mai di investigare. Qui, in particolare, dipinge il ritratto di una bambina atipica, com’era lei stessa; una bambina iperdotata e incompresa, che si fa largo nella vita con la grazia di una principessa delle fiabe e la determinazione di un caterpillar.

“Dizionario dei nomi propri” è una favola noir di quelle a cui la romanziera ci ha abituati, in cui lo humour e la gravità procedono di pari passo e in cui il dolce si mescola inevitabilmente all’amaro e all’agro.

In quarta di copertina, l’autrice definisce questo romanzo come la biografia del suo assassino. Al lettore lascio la curiosità di scoprire cosa l’autrice abbia voluto intendere con queste parole; svelo solamente qualcosa che dal romanzo non può evincersi: sotto i tratti di Plectrude si nasconde RoBERT, cantautrice francese amica della Nothomb; il titolo originale (Robert des noms propres) gioca giustamente sull’omonimia tra l’artista e il celebre dizionario della lingua francese, il Robert, per l’appunto. Come sempre, chez mademoiselle Nothomb, dal titolo al punto finale nulla è lasciato al caso, tutto torna, molto stride, pur senza stonare.

Francesca DF

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