Daisy Miller

Romanzo conciso, fin troppo essenziale ma che racchiude proprio nella sua eccessiva brevità, nella parola “non-detta”, il segreto di un successo che travolse, subito dopo la sua pubblicazione (nel 1878), il suo creatore, lo scrittore americano Henry James.

Protagonisti che si muovono in uno scenario che profuma d’antico, riconducendo il lettore in un passato lontano, tra giardini e salotti di ricchi e rispettabili signori, tra conversazioni frivole, giudizi implacabili nei confronti dell’ “altro”, il tutto però “adornato” da formali ossequi e vacue formule di cortesia.

Unica nota discordante in questo scenario apparentemente bucolico è Daisy Miller, che diviene oggetto di critiche da parte della società “perbene”,  additata e messa da parte a causa della sua presunta volgarità, immoralità, dissolutezza.

Lo scenario in cui lei e gli altri personaggi (tutti rigorosamente americani) si muovono è piuttosto dinamico e subisce due cambiamenti repentini, secondo le mete previste dal grand tour europeo, viaggio che qualsiasi aristocratico era quasi obbligato a intraprendere nel corso della propria giovinezza.

Il punto di vista del lettore coincide con quello di uno dei protagonisti, Winterbourne, che vediamo nelle prime pagine del romanzo a Ginevra, luogo emblematico dove avviene l’incontro significativo con Daisy Miller. Tuttavia, non appena la volitiva personalità della protagonista e la sua esuberanza si manifestano, qualsiasi lettore, dal puritano al dissidente, non può non traslare la sua “simpathy” su Daisy, cercando, invano di interpretarne il linguaggio.

Dopo un primo incontro da soli a Ginevra dove l’eccentricità della ragazza non lasciano Winterbourne indifferente, i due protagonisti si rincontrano casualmente a Roma, presso una gentildonna americana (la signora Walker) e il comportamento “irrispettoso” di Daisy che osa uscire a passeggiare con due uomini per le strade affollate di Roma, acuisce i giudizi negativi della buona società nei suoi confronti. È la signora Walker ad affermare indispettita che “quella ragazza non dovrebbe passeggiare qui, con due uomini. Cinquanta persone l’hanno notata” ed è Winterbourne a sottolineare a Daisy che “qui non capiscono questo genere di cose”. Il lettore attento nota, inevitabilmente, che questi giudizi perentori vengono formulati da stessi concittadini americani e disorientato gli risulta ostico determinare la provenienza (americana oppure europea) delle regole infrante da Daisy. È la società romana ad essere bigotta o le idee della signora Walker, di Winterbourne e di sua zia, d’origine americana?

Daisy è una donna tremendamente complicata, non scende mai a compromessi, fugge da Winterbourne per trovare rifugio nelle braccia di Giovanelli, ma non si lascia decifrare, la sua enigmaticità si perpetua fino alla fine, quando la sua fulminea morte ne cristallizzano l’ immagine rendendola eterea, intangibile, esattamente come in vita.

Il romanzo tuttavia delude le aspettative del lettore che, fino alla fine spera di poter carpire l’essenza di Daisy, di comprendere il punto esatto in cui finisce la sua ingenuità ed inizia la sua spudoratezza, ma alla speranza subentra il disincanto. Paradossalmente sembra quasi di non essere riusciti ad intuire il significato ultimo del libro, traditi dall’inaffidabile punto di vista di Winterbourne: nulla sembra essere accaduto, tutto sembra tristemente ritrovare la sua collocazione iniziale.

Maria Grazia Zuottolo

Foto: http://centerforfiction.org/events/images/henry_james_(george_eastman_collection)296c.jpg

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