Un’artista stakanovista ed eclettica del calibro di Carmen Martín Gaite, quasi sconosciuta in Italia, ha invece lasciato
un segno indelebile nell’ambito della letteratura spagnola contemporanea. Sedotta dal potere catartico della parola, in qualsiasi forma essa si manifesti, si è lasciata completamente sedurre da essa, scrivendo incessantemente non solo romanzi, ma anche saggi, sceneggiature e traduzioni. In quest’ultimo ambito spesso si tralascia la difficoltà che un traduttore incontra nel trasporre parole che non trovano un diretto corrispettivo nella lingua di arrivo, costringendolo spesso a ripiegare su una perifrasi, oppure ad optare per un’alternativa che possa riprodurre al meglio l’effetto del testo originale. Questo è il caso del romanzo Tutta la notte svegli, titolo adattato nella versione italiana rispetto a quello originale di Retahílas, termine che designa una serie di cose che si trovano, si riproducono o vengono citate in successione. Il titolo spagnolo ben rende il fluire compulsivo delle parole dei protagonisti ed il flusso di coscienza che la Gaite aveva direttamente ereditato dalla scrittrice inglese Virginia Woolf e che si ripresenta, in questo romanzo intimista, in tutta la sua pienezza. Il romanzo, eccetto il preludio e l’epilogo, è caratterizzato da un dialogo-monologo tra i due interlocutori che ricostruiscono, alternandosi, il loro passato. Eulalia e suo nipote Germán si ritrovano dopo anni per vegliare il corpo morente della nonna di Germán (bisnonna di Eulalia) e la morte, che aleggia nell’aria, pur non inficiando la conversazione, rappresenta il presupposto essenziale che determina l’incontro tra i due protagonisti. Un dialogo in cui l’interlocutore non interrompe mai il parlante, ma ascolta in silenzio; tuttavia, il ruolo dell’ascoltatore è tutt’altro che passivo poiché riannoda il filo là dove l’altro l’aveva lasciato: “raccoglievo la sua parola per infilarla nella frase successiva che pronunciavo io, anche se non c’entrava niente, come uno dei sassolini bianchi che Pollicino lasciava dietro di sé per non perdere la strada […] e ti giuro, era come se ciascuno di noi avesse afferrato il capo di un filo che l’altro gli tendeva, ‘dammi filo, prendi il filo’, era davvero così, era come tessere”. Il filo è la parola “cardine” di questo romanzo: il filo della conversazione, della propria identità, della vita che si riscopre grazie alla presenza dell’altro, senza il quale qualsiasi esperienza rimarrebbe un’avventura isolata, frammentata, priva di senso. In questo discorso a due voci ritornano in superficie debolezze, frustrazioni e fallimenti personali, raccontati dalla prospettiva sia maschile che femminile. Germán si rivela un ragazzo anticonformista, disilluso, che racconta le sue frustrazioni come figlio, il difficile rapporto col padre e l’astio che prova per la matrigna; Eulalia invece è una donna che non ha voluto seguire le orme della madre, cercando incessantemente un’indipendenza che l’ha costretta a rifuggire da qualsiasi legame, fallendo però come donna e come moglie: la tanto anelata libertà l’ha relegata nella solitudine. Entrambi riscrivono la loro storia donandola all’altro e a se stessi, la parola li conforta e li risolleva da quella condizione dolorosa in cui sono costretti a vivere. La Gaite ha un’immensa fiducia nel potere catartico della parola che, tuttavia, necessita della presenza di un interlocutore per rivelarsi in tutta la sua forza salvifica. La scrittrice spagnola nella sua prolifica esperienza di artista e di donna (muore nel 2000 all’età di settantacinque anni) ha sempre vagheggiato l’incontro con quell’interlocutore che potesse dar vita a un dialogo e, sebbene in molti suoi romanzi questa ricerca si rivela infruttuosa, Retahílas si potrebbe definire un omaggio alla comunicazione.
Un libro certamente poco adatto a chi ama l’azione o a chi si aspetta improvvisi colpi di scena, poiché alla descrizione della realtà esterna la Gaite preferisce l’introspezione: gli eventi vengono descritti solo in virtù dell’influenza che essi hanno sui personaggi. Un romanzo, infine, che irradia una forte carica emotiva, senza mai sfociare in un mero patetismo, ma sfiorando delicatamente le corde della sensibilità umana.
Maria Grazia Zuottolo








