Da bambino la mamma o la maestra ti fanno conoscere un oggetto che fino ai sei anni resta, ai più, sconosciuto: il libro. E ti insegnano a scrivere e a leggere. E a te piace. È proprio in quel momento, alla tenerissima ed innocente età di sei anni che hai compromesso tutta la vita. Saper leggere e scrivere è arte, passione, talento. Su sei miliardi di persone al mondo, almeno la metà è convinta di avere tutti i requisiti giusti per saper scrivere ed è fermamente convinta di poter produrre il libro del secolo, i nuovi “Promessi Sposi”, “Lolita”, “ Il giovane Holden”.
Ovviamente non tutti possono pensare di essere al livello di Manzoni, Nabokov o Salinger. Ma tentar non nuoce. Ci si arma pieni di fiducia ed entusiasmo, e si produce. I primi mezzi che si usano per farsi conoscere sono i concorsi letterari. In Italia sono centinaia al mese. Poesia, narrativa, temi liberi o pilotati: ogni autore ha la possibilità di scegliere il concorso che più si confà al suo genere narrativo.
Anche se esponenti di una realtà editrice piuttosto locale, il principio di funzionamento di un concorso letterario illustra perfettamente le occasioni di pubblicazione di una casa editrice: ovvero nulle. Si preferiscono premi in denaro piuttosto che pubblicazioni. Una ragione c’è e si esplica nello scontro “diritto d’autore versus diritto d’editore”.
Il diritto d’autore è sancito dalla legge del 22 aprile 1963, numero 633 e istituisce la tutela delle opere creative che appartengono a musica, cinema, letteratura, architettura, teatro e arti figurative. La tutela si basa su una serie di diritti esclusivi di utilizzazione economica dell’opera. Per ottenerlo basta creare l’opera e firmarla. è proprio per questo che, la maggior parte delle volte, le case editrici chiedono esplicitamente che l’opera che si vuole presentare alla loro visualizzazione non sia firmata. In questo modo, il prodotto è anonimo e l’autore non può avanzare pretese sui suoi diritti.
La motivazione è economica: le case editrici non sono assolutamente l’incarnazione presente degli avi mecenati. Sono imprese. E il libro non è cultura: è un prodotto che può essere e deve essere venduto ricavandone il guadagno maggiore. La regola che ci si impone di seguire in una redazione è quella economica di mercato. Editori e critici possono avere i loro personalissimi pareri e avvantaggiare o no la pubblicazione, ma tutti si inchinano al sovrano Pubblico.
Scrivere è un lavoro delicato perché leggere è una pratica in disuso. La maggior parte delle volte, il famoso cassetto con annesso famoso sogno della vita rimane chiuso, con dentro il nostro manoscritto e le nostre ambizioni. Se prima pubblicare un‘opera di qualsiasi genere era un’impresa élitaria, oggi assume le sembianze titaniche. A volte avviene. Molto raramente, ma avviene. E quando il primo libro passa la selezione e viene pubblicato, tutte le nubi avvolgono la tua mente e immediatamente pensi a te stesso come una specie di dio che ascende nell’olimpo. Fama, gloria, riconoscimenti e anche, perché no, denaro.
In fin dei conti se qualcuno è diventato milionario con una saga alquanto utopica su vampiri o maghi, anche noi potremmo riuscire a sfornare libri su libri, firmare contratti cinematografici e vivere di rendita per la vita. L’illusione, ammettiamolo, è dolcissima. Sfortunatamente è anche molto breve!
Adele Lerario
Anno 0 Numero 11 Articolo 4
Foto:http://www.circolopueblo.com/html/images/pueblo/scrittori.jpg
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