Palliativo serale

La baciai e le puzzava l’alito. Avevo passato il pomeriggio sulla tazza del cesso ascoltando la cavalcata delle Valchirie di Wagner. A pensarla. Il suo alito aveva un retrogusto di merluzzo affogato nel gorgonzola scaduto. Fu così disgustoso che provai piacere, un piacere casto e puro. Aveva i seni piccoli, quelli che entrano in una coppa di champagne anche col reggiseno imbottito d’acqua. Lei sorrideva, nelle sue insicurezze incomprese. E io le sorridevo da coglione, con un sorriso banale misto a finta compassione. Le tenevo i fianchi stanchi mentre assaporavo da vicino la sua essenza ittica, così assuefacente ora. Ci si voleva ubriacare con della vodka d’importazione balcanica, la sera prima. Me lo aveva riproposto quella sera, ma non volevo che il suo alito si mischiasse col suddetto fruttato alcolico (da 3 euro e 99, per giunta). Avevo proposto di spararcelo endovena per evitare le vie orali, ma di queste stronzate non se ne fanno, non ne conosco le conseguenze. Dipinse con le dita qualcosa in cielo, nel cielo buio. Oh sì, voleva far notare la sua istintiva vena artistica che (essendo narcisista) non app rezzavo, perchè apprezzo solo la mia. Volteggiavano finzioni, ipocrisie, estasi costruite con finte banalità. L’estasi era un’altra cosa, ne avevo già parlato. Le dissi che non stavo bene e che dovevo baciarla forte, dovevo imprimermi il suo sapore in bocca, volevo che mi timbrasse le labbra indelebilmente. E lei mi sorrise ancora, con quei suoi denti anonimi e comuni, acconsentendo silenziosamente. Cercò poi la via della sensualità, dicendomi banalità all’orecchio. A mio tempo lo feci anch’io, non obiettai quindi. Le sue parole volgevano a volermi spogliare. Oddio sono ossuto, sono magro, non ti perdi nessun addominale scolpito, le dissi. Delusa dalla mia brutta risposta girò lo sguardo. Stavo scialando nell’inerzia. Ripensavo a Wagner, che mi trasmetteva gloria anche sul cesso. Pensai a Bukowski, da cui ho miseramente tratto ispirazione per ciò che ho scritto. Perdonami Charles, non posso capirti; non sarò mai alla tua altezza. Le tue glorie non saranno mai mie; Sono comune come i denti giallo-sbiaditi di lei. Contraddicendomi tra autocommiserazione e narcisismo la guardavo con lo sguardo spento. Sei brutto, mi disse. -Brava, ci sei arrivata. Chiudemmo con l’ennesimo sorriso trionfale. Un abbraccio stantio. Un glorioso palliativo universale.

Aurelio Miracolo

Foto by Shimmia

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