Noia

Un foglio strappato, caduto dal tavolino, arenato tre le pieghe dell’asfalto arso di luce scarlatta.

Una mano pendente, lasciata dal braccio dondolare inerme con l’aria rotolante via per il crepuscolo silente. Un tempo immobile, vestito di scure sete stanche, ambiguo e avvolgente. Ubriaco di lascivia e incuranza stavomene seduto a lasciarmi accarezzare dalla brezza, guardando ai bordi del caffè spento tutto ciò che mi passava davanti. Tremavo di tanto in tanto in qualche sorriso, tra una grassa signora in veste alle prese con le sue volgarità e un bambino che inseguiva farfalle arancioni. Di fronte, la facciata di un palazzo scura, di spalle al sole grande e ramato che incendiava gli occhi dei pochi passanti che lo incrociavano con lo sguardo. Ricordai che il giorno prima il cielo ai miei occhi s’era tinto di sfumature rosse e verdi, e poi avevano iniziato a balenare cortei di astri e stelle imbevute di lacrime silenziose. Arrivai quasi a sorridere davanti a tutto ciò, se non fosse stato che ero nudo appoggiato ad una colonna del balcone senza rimorsi e senza alcuna lucidità. Vedevo spingersi gente tra la melma informe di grevi ricordi, e urla e mani aggrappate a capi chinati franati totalmente, come cera sotto un fuoco grande.

La stasi dei miei occhi era altro spettacolo al caffè. Non più il corpo nudo della graziosa ragazza che mi portava fin su in camera la posta sorridendo arrossita, tra le fantasie vacue, ma ordini spessi e gerarchici, colonne portanti di un sistema analitico perfetto, in realtà flebile e tremulo come le ali della farfalla intrappolata ora nelle mani del bambino. E decidere di aspettare inermi seduti al caffè che il Sole calante al suo ritorno ci porti nuove novelle e nuovi scenari, come faceva il vecchio seduto poco distante, non mi aiutava. Fumava una stanca pipa di ciliegio non lavorato, le cui boccate ricadevano sulla superfice del gillet scuro e a vista ricucito più volte. Al paese m’avevano detto che prima faceva il falegname, e aveva una piccola rendita in zona il cui mensile lo dedicava soltanto alla cura del suo piccolo giardino botanico e al mantenimento di alcuni animali da gabbia che rantolavano tra le mure bordeaux di casa. Aveva una donna che da anni lo amava e che raccoglieva petali e frutti marci caduti per il giardino, incidendone in esso l’essenza stessa del suo venereo odore. Ma dopo la sua convivente andò via con un mercante di anguille, ed egli accecato di rabbia incendiò la dimora e l’orto, tanto che rischiò di morirci dentro. La convivente dopo qualche anno morì, lontano, e a lui non rimase che racimolare una stanza in paese e vivere soltanto dell’aria che tirava davanti al caffè. Bruciava di tanto in tanto pezzi di cartone, e fazzoletti, e vecchie carte da gioco unte delle dita dei locandieri e dei giocatori ch’avevano vissuto delle serate lì. Una storia semplice, quanto sì scarna da lasciarlo senza nessuna possibilità di appagamento. Ribelle e scontroso come un mulo, preferiva morire dissanguato d’apatia su una sedia fino alla fine, piuttosto che ricevere una mano tesa. Era l’emblema, celebrava i trionfi di una strada che aveva visto sfilare soltanto carri imperiali di polvere e passi di uomini abietti, rinchiusi tra le mura strette e asfissianti delle loro teste. Da qualche parte, oltre il cemento secco e il ferro arrugginito delle abitazioni, perle sul dorso delle onde sfavillavano, terse sulle guance del vento, che misto a polvere ci portava nelle narici il suo sapore. E ricordavo quando tutto ciò accadeva più velocemente, a me, al vecchio dal gillet ricucito e a tutte le persone che credevano di amare qualcosa; convinte e perse ancora nel loro amore puro, non parlavano che a poche persone che come loro credevano di amare. Non ho conosciuto ancora dei, puttane o semplici esseri umani che parlassero dello stesso amore con ogni prossimo, senza distinzione. Magari non pensano ai doni preziosi che il vento amorevolmente le dona, all’anelito gemmeo ricevuto incondizionatamente, senza nessuna pretesa, come tante altre cose che richiedono amore per essere amate. Da sole, individualmente, tagliando fuori chiunque altro amasse. Mi sarei alzato volentieri, fatto qualche passo sulle mattonelle sbiadite, e aver stretto le mani del vecchio senza parlargli, guardandolo e cercando qualcosa nella timorosa aggressività dei suoi sguardi. Ma cantilenare tanto amore e vagheggiarlo apertamente era troppo anche per me, seduto penzoloni, a ricever tanta bellezza fugace. Eravamo tanto distanti. Uno stormo d’uccelli. La mano aperta del bambino distratto, che lasciava fuggire la farfalla. Il silenzio. La noia.

Aurelio Miracolo

Foto:http://dautretemp.files.wordpress.com/2009/12/16otto_dix_sy_von_harden11.jpg

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