Un prisma di luci incendiava l’aria, e lei v’ondeggiava liberamente, preziosa. Le braccia a tentoni, a fendere il vuoto,
il fogliame arancione e morto sotto i bianchi piedi. Musiche d’arpe e motivi lontani rantolavano veementi fin nelle sue orecchie. Il cielo la guardava, e gli alti pini, e le querce e le foglie nascoste mentre esplodeva di sorrisi e di lente danze improvvisate. In lei, luce bianca, in lei, fresco frutto dai forti sapori, in lei, culla d’armonie remote e antiche, vergini e forti come un risveglio, come un bisogno, come un ritorno.Occhi lucidi, e mani perse senza equilibri la mostravano a pochi centimetri da lei, dalla sua anima. Ora un vento ancor più forte la copriva, e ora volteggiava ancor più forte, spezzando collane e desideri, frantumandole come pezzi di vetro bagnati. E i suoi occhi erano prismi, e s’incendiavano inerti come diamanti indistruttibili, spargendo intorno nubi di cristalli spenti e densi.
Fitti canali di pelle tesa corrugavano il suo volto mentre torceva con tutta se stessa le sue mani umide e corrose. Alzava nubi e polveri confuse mentre si chinava tra gli arbusti, mentre si raccoglieva piccola e docile in un palmo di terra. A un tratto, febbrile e copiosa si rialzò tra i fumi invadenti e le forme perdute, e slanciandosi nuovamente d’un nuovo instabile equilibrio, creò altri prismi e altri luci. E a coprirla di altre fugaci attenzioni le foglie, i pini, i frutti non ancora sbocciati, a voltarsi, ad ascoltarla. E lei di nuovo, venere segreta in un giardino segreto, spargevasi in mille altre nuove forme, in contorni diversi, in essenze vivaci.
Si coprì tra gli alberi, sparì tra gli arbusti esili e vivi.
Aria e terra conservarono qualcosa della sua presenza.
Di lei l’ultimo ricordo d’un bacio perduto.
Di lei, la triste febbre dei suoi occhi, nei miei.
Aurelio Miracolo
Foto By Shimmia








