Una volta si parlava d’amore. Sì, ai tempi ingenui, puri. Si calcavano speranze, si parlava di amori coltivati come
piantine su un davanzale, si correggevano erorri banali con soluzioni banali. Ci si guardava negli occhi con tenui sorrisi declamanti una felicità limpida e pura, possibile solo nelle illustrazioni di Mary Poppins o in qualche figlio animato di Disney. Si credeva nell’ in-credibile, si era stupidi e sfrontati, e terribilmente insipidi. Ora una nuova finestra, quella dell’ennesima (e di certo non ultima) stanza che ospita le mie notti, viene proiettata dai miei occhi in modo diverso. Sarà che lo scenario è decisamente diverso dagli acerbi anni adolescenziali, dove oltre a banalità crescevano solo peli sul pube. Sarà che ora non si parla più così tanto d’amore.
Ora sono finito per ascoltare i vicini sbraitare come generali nazisti dalla mattina alla sera; una coppia sposata sulla cinquantina infeconda e aspra che inquina la poesia della lingua nordica anche per decidere a chi tocca portare la spazzatura giù, di sera. Le parole non mi annebbiano più nei momenti di silenzio, m’immergo di tanto in tanto nello scenario-lager gentilmente ricreato dai vicini gelidi e sterili. La luce anela bianca ingiallita sul letto, la fabbrica grigia cemento mischia rifiuti all’acqua dell’Amstel. E’ una città che non mi parla, mi svela il suo essere immobile e senza poesia, occultato da coperte di erba e droga e dai veli di una prostituzione eccentrica e tristemente allegra. Ogni strada è appesa al suo cappio personale, ogni ordine nasconde vuotezza, l’incertezza di un navigare verso il nulla. Sono solo le navi svuotate dai container cinesi ad andare via senza rimanerne ammaliati. E’ una città che non ti aiuta a parlare di amore e di banalità pedanti, sebbene ci sia ancora qualcuno ostinato a farlo. Non cerco un’essenza particolare, oddio, non mi copro di inutili veli come la città per apparirmi bello, per seminare i sorrisi di passanti invidiosi e di cameriere un pò troie. Quelli emigrati qui, gli stranieri come me, sono abili a chiamare nelle loro case lontane di provincia e ostentare una vita riuscita, una perenne belle epoque e una città ricca di esuberanza ed essenzialmente paradigma dei loro successi. In realtà per la maggior parte puliscono i tavoli di vecchi ubriachi pisciasotto o scaricano migliaia di container nell’immenso porto asfaltato, e spacciano o battono a pagamento nei bordelli più infimi per arrotondare e permettersi il loro sudato caviale (cinese) quotidiano. E ne sono fieri, Dio, se sono fieri. Ero banale sì, ero un ragazzino. Ora compro il pane del giorno dopo e bevo latte appena scaduto per risparmiare, e non me ne vergogno. Non m’illudo e non illudo nessuno, cerco di essere me stesso. Cerco semplicemente qualcuno o qualcosa che mi riporti almeno a vedere un prato non come una semplice distesa d’erba o un banale tramonto come frutto dell’emicranico e imperterrito girare della Terra su se stessa. Cerco una semplicità non banale, quella sostituita da artifizi pirotecnici e da trucchi dai colori vivi su volti ormai pallidi. La semplicità, il ridare valore anche ai granelli di sabbia, e alle zollette di zucchero per addolcire i caffè sciacquati. Le persone non mi parlano più, poi. Sono tutte lì, a correre e a inseguirsi, per ripetere ogni giorno lo stesso identico giorno, fatto quasi degli stessi impegni e interessi, quasi come se il loro tempo non fosse centellinato da un destino (o fato o come volete chiamarlo) beffardo e viziato. Non mi siedo più ai caffè a guardare la gente, non passo più tempo alle fermate della metro per parlare con improbabili artisti, o con coraggiose menti che vivono d’aria e di passioni. Sono solo tutti sconosciuti col loro futuro scritto e programmato nell’agendina griffata riposta accuratamente nella tasca in pelle della ventiquattrore. Sono tutti unti miracolosamente di convinzioni che puntualmente dimenticano il giorno dopo averle proclamate; dimenticano anche me. E no, non sono un disadattato che giudica severo da signor nessuno; chiedo poco, chiedo di vedere alla finestra (o nell’animo di qualcuno o in una pozzanghera, fate voi) un pò di purezza, di semplice essere, scevro da impalcature ammuffite e marchiate con numeri seriali. Ora corro. Corro per strada per provare a inciampare, cadere e sanguinare senza recitare. Senza melodrammi, per discutere con qualcuno sul colore del sangue che esce dal mio naso.
Aurelio Miracolo








