Non cadevi più a metà, nemmeno coi vestiti stracciati. Non cadevi più, tutta, sulla banchina di legno nel vecchio molo
di St. Raphael come quand’eri piccola. Diamanti agganciati al terreno su una punta, barcollanti, erano i tuoi piedi, sotto le calze dismesse che coprivano a chiazze la superfice liscia dei tuoi pori. Luci deviate, per caso, i tuoi occhi, nei tuoi occhi. E rimembra, l’effimero e forte amore acerbo, sbocciava e areggiava felice per ogni passante, per ogni viandante che t’offriva una sigaretta, un passaggio, o delle semplici parole. Oh, non dimenticar come quando aspettavi colla tua veste di fiori i tuoi primi amanti che t’infiammavano solo per le tue gambe fresche. E Amavi i sassi su cui camminavi, gli alberi, e i cieli che t’avevano insegnato a conoscerti meglio. Correvi a piedi nudi anche sulla terra battuta, dove rimescolavano soltanto vermi giù per la campagna in cancrena.E quando a cavalcioni sul davanzale ti parlavi di ciò che t’era rimasto, di ciò che avevi raccolto, quant’eri felice! Facesti un cimitero di gatti morti, giù in campagna, raccogliesti sassi in solitudine, facendone rocce, nelle tue stanze. Quando m’incontrasti, eri arteria viva e rosea dappertutto. Imparasti a non conoscermi, a dimenticarmi per poi ricordarmi di tanto in tanto.
E perdemmo gli aneliti di tante strade buie, a camminare, l’essenza di caffè ormai asettici, a parlare, il colore di stanze sterili, ad amarci. E quando vomitasti l’anima su per la stazione in valle, tornasti indietro, lasciandomi a prender pioggia in un cimitero morto. Impronte che non crepano, orme, riti di una mente ancora vegeta, ti accecheranno sempre, di tanto in tanto, quando volterai lo sguardo. Non aspettare che il tuo viso sfiorisca. Non la pazienza, non l’incostanza, non l’indecisione ti porteranno al tuo sincero bagliore. Le finestre ti hanno già detto abbastanza. Non aspettare, fin quando ci riuscirai. Che sciocchezza, vederti continuar così! Ma le traverse son tue. E cadrai di nuovo, come quand’eri piccola, su un fazzoletto di terra. E probabilmente non sarà mare o lago sotto di te, sarà terra che tace, sorda ad ogni tua voce. I tuoi diamanti, i valzer d’astri che t’accompagnan ogni sera ti tengono per mano. Seguili. Non aspettare. Ogni forma di te è luce slanciate, è crepitio d’ombre, è vergine stagnante.
“…Ci saranno altri giorni/ ci saranno altre voci e risvegli./ Soffriremo nell’alba, / viso di primavera.”
Aurelio Miracolo
Foto: Serena Marra








