Argenteo crepuscolo, d’in su per le ciglia della strada sterrata, indomata di polvere sferzante. Accanto, i versi
le geometrie calzanti d’un mare vivente, carico di vortici e tempeste latenti. Il vento nelle tasche aperte, giù fino al ricamo sgualcito e falsato dei bordi, accaniti e battenti su sbucciate ginocchia; Perle sbiadite e sgargianti afferrate negli occhi, trascinanti lungo la strada, su per le correnti aulenti, verso facciate di salvezze recondite e sovrane per l’anima umana.
Lentamente, impronta a impronta sulla terra viva e danzante, il corpo via verso la luce morente, posata non sulla fresca piega del mare, ma sugli aridi colori a chiazze giallognoli e scarlatti, su per le terre solcate da venti e piogge.
Annusar profumi d’effimera costanza, gigli morti, campi asfaltati pulviscolari, tremule parole soffiate al vento; e farfugliar ebbro di ricordi, di sensazioni vive, parassite di compunti latenti.
Librarsi ansante per i manti scoscesi, slacciando i vecchi fervori, lasciandoli rotolar via come sassi umidi. E nell’argenteo tramonto ricoprirsi di lune e di cristalli, raggrumando i tetri bagliori passati e le beltà esili e instabi li, a piene mani, facendone bruma coesa, assorbita nei rami pulsanti del corpo. E non altro quindi, sui dirupi e gli sfregi del percorso, non più bugiarde visioni serafiche tra le gole estatiche dei sentimenti, non più compulse passioni febbrili, trancianti screziati tepori vivaci, compassati in fulgide danze svianti; Ma algida furia in mitezza, rabbrunir di desideri in nuove traslucide speranze, vibrar coeso in nuove eteree vite.
L’errante vagar di chi non si ferma, di chi sconfigge abulie ancestrali nello spasimo di eterni peregrinaggi,o di piccoli contorti percorsi, abolendo la fine in nuove aurore fiorite, teso nelle gioie d’aggrappar ineffabili cime, cullato nel rosso tepor di nuovi tramonti, di rosse spasimanti vite.
Aurelio Miracolo
Foto Schimmia








