Dacchè il mio sogno è di cadere come una foglia, in uno stagno.

E’ Notte. Cade danzando una foglia nello stagno, il più eclatante degli stereotipi. Scrivo a macchina sorridendo pianpiano, ripensando a ciò che non era mai avvenuto. Ciò che non sarebbe successo, perchè tutto troppo diverso dall’ordine reale delle cose. Tuttavia spedisco alacremente battendo sui tasti neri urtati in rumori ormai accasciati nella rassegnazione. La foglia, nello stagno che affonda dai lati, annegando quasi piacevolmente, senza respiro, affogata in mille essenze profonde e oscure, che le ricopron la crosta fin nei canali stretti della linfa, sorseggia a tratti singiozzando gli ultimi preziosi abbracci simbiotici con l’ossigeno, con l’atmosfera terrestre. Avrei voluto caderci anch’io, spezzarmi in tanti frantumi facendo il rumore d’una foglia che non parla, dileguarmi tra il sussurrare oscuro dei ghiri e degli animali notturni, perso, sotto un cielo buio e uggioso, ma fondamentalmente calmo. Sentirmi le mani inermi, senza tatto, le gambe immobili e il sorriso ghiacciato, stampato lì per l’eternità.

Strapparmi di dosso un paio di desideri e ricordi, e lanciarli forti nel vento prima di perdere ogni contatto, coperto dal manto ferddo dello s tagno accogliente. Qualche ultimo anelito e poi l’acqua giù per i polmoni, a invadermi tutto, a cambiarmi pelle, trasformandomi in nuova materia immobile, nuova e terrestre, breve quanto bastano poche stagioni, brevi e sfuggenti come la vita d’un fiore. La brina fredda delle stelle colava dalle volte scure dell’immenso allungandomi la mano, tendendomi il braccio per trattenermi lì con loro, a vedere un nuovo Sole sorgere, altro ossigeno respirare, altra linfa vitale ricercare. Ero già lontano da loro, dalle loro mani luccicanti, dai loro vestiti ammalianti, dai loro sguardi immortali che mi avevano catturato fino ad allora, e che ancora in parte, avrei voluto mi cullassero. Un tempo morto, un tempo ripreso e nostalgico tra le pieghe della mente, ora morbida e flessuosa come un respiro molle. Un tempo mai arrivato, fatto soltanto d’essenze, di sorrisi e d’anime allacciate in primavere senza estati,  avvolte nel tessuto vivo d’autentiche vivaci emozioni, congiunte e vibranti soltanto di esse stesse. Guardo in alto, tra le dita e i caratteri.  Guardo in alto, e tra l’essenza e le cose rivedo il volto mai visto.  La foglia è polvere, è acqua, è indolore.

Aurelio Miracolo

Foto by Shimmia

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