Cronaca da camera

Straniato dalle luci notturne guardo le mie mani a noleggio, aggrappate al corpo caduco e già assente.

La finestra aperta, sul davanzale bianco merda di rondini. Una casualità, tutto. Una casualità aver trovato, rincasando, una prostituta tibetana in camera, esile e sfiorita come una camomilla autunnale. Una casualità, averle parlato, calcandogli le mie parole vuote e circostanziali all’orecchio. Sarebbe potuta rimanere lì, o non esserci mai stata. Invece si posava, inerme, prima che mi ritrovassi solo a guardarmi gli ologrammi delle mie mani. Vibrava di forze oscure e malediva il mio sguardo, e malediva il suo sguardo fetido e carico. Non le chiesi se era in servizio, ma lei non si sorprese, s’aspettava già che non gliel’avrei chiesto. Iniziai a raccontarle del mio vizio di attaccare carta da parati sul mio nome, e lei sorrise. Non un sorriso incerto, non un sorriso stronzo. Un sorriso. Avrei voluto cucinarle del cibo liofilizzato che avevo comprato a metà prezzo al mini-market di Hang il pomeriggio prima, ma mi aveva fermato prima che io allungassi soltanto la mano verso gli scaffali del piano cottura. Prima guardava, come ora, a tratti, la merda di rondini su per il davanzale.

Le dissi, e gliel’ho ripetuto un paio di volte, visto che è una mia fissazione, perchè le rondini vengono sempre disegnate come due linee curve all’orizzonte, danzanti sul mare al tramonto. Insomma, mai che avessi visto un’altra prospettiva disegnata delle rondini, mai. Sempre e solo due semicerchi legati, nient’altro. Lei all’inizio mi guardava in silenzio, come per cogliere, per afferrare una verità che ciecamente cercavo a tentoni invano, da ormai tempo immemore; dopo s’è arresa e quando riaccenno all’argomento mi fissa in silenzio aspettando cortesemente che io la smetta di parlarne. Il suo abito di stoffa, con delle bretelle sottili e una cucitura strozzante alla vita, le schiacciavano le forme, le linee e tutte le curve del corpo, squadrandola a tratti come un feticcio cubista. Amami-mi dice, poi, improvvisamente. Avevo appena finito di concentrarmi sulle rondini e stavo scongelando la carne comprata a fianco di Hang. Ci rimase male, è un vegetariano accanito, è contro la cultura del suo paese di mangiare cani. Rimasto un attimo di soppiatto, cerco uno sforzo dentro di me. Lei è lì, io qui. Ho predicato metà della mia vita la ricerca della purezza e troiate affini, pur facendo il cialtrone disfattista, e ora avevo davanti l’incarnazione della dolcezza accanita nella pura ricerca d’amore assoluto, incondizionato, etereo. Decido per una volta come non mai di non costruire sovrastrutture nella mia mente, mentre rimango lì a fissarla come un cristo ubriaco. Viaggio chilometri per arrivare, a passi d’alternata frequenza e lunghezza, allo sgabello dove si posava. Mi avvicino a lei. E’ un sottile muro d’aria soltanto che divide le nostre membra, ed io cerco larghe brecce per oltrepassarlo più velocemente. La mia mano, sulla pelle olivastra della sua, lo smalto lucido delle sue unghie riflesso nell’ombra del mio palmo, il suo sguardo che cercava forza d’alzarsi verso il mio, chinato e riflessivo. Più impacciato le prendo l’altra mano, e raccolgo aria come per esplodere in mille parole. Lei socchiude le labbra, anch’esse lucide, per dirmi di fermarmi, di arginare le probabili stronzate di qualsiasi tipo che stavo per vomitare. Rimango col fiato sospeso, e rimangio tutto ciò che non avevo pensato e che stavo per dire. Ingoiando sillabe e frasi tumultuose mi carico d’espressività e sento i pori delle mani gravitazionarsi e dilatarsi prepotentemente verso i suoi fianchi, spostando il baricentro del mio corpo irrimediabilmente. Cado su di lei quasi come una statuetta da uno scaffale, rimanendo nella stessa posizione, ansimante ma immobile e ghiacciato nei miei movimenti. Cadendole addosso, lo sgabello rovescia e finiamo a terra, sul tappeto persiano, con i ricami che più mi piacevano rivolti alla mecca. Lei mi prende, e ghiaccia le mie labbra delle sue labbra fredde, colorata tempesta, crogiuolo irrazionale di sentori ripetuti e rimbombati nella mente senza capacità di decrittazione nemmeno minima. Vado anelando presagi grandiosi, coinvolto nell’accecante passione del momento, in cui sento volgere la mia pelle a creare un solo strato con la sua, tanto da sbatterci contro gli organi, a confonderne le arterie e i capillari neri di fumo. Fluttuiamo ora, rotolandoci nell’immenso vuoto, in un mar morto d’aria, elevati in espressioni lucide e sincere. E lei mostra sfavillante la sua anima aurea, vergine, candida, come neanche lei aveva mai potuto ammirare, e le sue notti a vender membra, a banchettare la polpa preziosa dei suoi frutti, erano lontane, mai neanche accadute, testimoniate da un corpo ora niveo e angelico, privo dei segni del passato. E lei mi ama guardandomi amarla, vedendosi in me, ed io vedendo in lei il riflesso di ciò che vorrei, e di quello che vorrei essere. Ma al platonismo, seppur già nudi e puri, è accompagnato dalle scariche d’amore animale. Ed eccitati ed entusiasti eravamo in procinto di iniziare fin quando non trovai il profilattico riposto come sempre accanto al letto. Iniziammo ad amarci nuovamente, e lei ad ogni movimento inizia a corrugare il volto, a chiudere gli occhi forte, stringendomi tutto, come per aggrapparsi, per rinserrarsi senza crollare. Arrivò a piangere, e mentre di colpo io basito rimanevo sul letto, si alzava e si allontanava dal letto, camminando su e giù per la stanza cercando qualcosa che non c’era. Poi mi guarda e io mi raccolgo chiedendole se c’era qualche problema, e lei dice che non riesce proprio più a conciliare il lavoro con l’amore. E rimango pieno di com-passione, lì sul letto, mentre lei alterna la finta ricerca febbrile a dei baci fugaci sulla mia fronte, quasi come per cullarmi, per non farmi pesare ciò che la schiacciava. Mi alzo. Metto i piedi sul pavimento freddo, prendo la coperta beige e la avvolgo tutta, prendendola per le spalle e posandola sullo sgabello. Le sussurro qualcosa di lento e cantilenante che dimentico nel momento in cui lo riverso al suo orecchio. Le bacio le guance, le strappo un sorriso forzato, e mi congedo andando in bagno. Mi rivesto con ciò che trovo andando verso il bagno dove poi non arrivo, decidendo di tornare in camera. Lei si era nel frattempo chinata su se stessa, e dormiva con un equilibrio disarmante. La guardo mentre respira piano, e rimpiango il suo corpo, e rimpiango il suo scrigno ormai devastato. Sarebbe stato bello conoscerla prima, o aver avuto più capacità nel riprenderla quando era lì per crollare. Un’altra merda sul davanzale, fresca, bianca, accanto a quella essiccata. La notte illuminata dai lampioni al neon, non più luci di ragione o di speranze latenti su per il cielo. Ma casualmente, verrà mattino, e probabilmente non la troverò più posata a dormire in equilibrio sullo sgabello. Forse è stata una notte sbagliata, nulla è cresciuto, tutto è tramortito in silenzio e capovolto da morte a morte. Sarà un’alba, sarà un mattino bugiardo.

Aurelio Miracolo

Foto: ‘Malthusiana’ di Shimmia

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