Ballade.
“Bruciate disertori, bruciate!” sbraitava un vecchio con la barba bianca, tra il furore e la noncuranza dei presenti. La stanza traballava incerta dei movimenti convulsi e febbrili della folla addossata l’una sull’altra. I corpi, le vesti
sudate dai ricami sgualciti si contraevano e si toccavano senza più alcuna delicatezza. Aliti di malto, di alcool mescolato all’acre profumo dei rossetti rosso accesi che incendiavano i sorrisi delle donne e la bocca dei cacciatori d’amore fugace. La voce del vecchio cadeva inesorabile in un oblio di frenesia, svestita delle sue accuse. Erano quattro le lampade a muro che davano il colore ocra alle pareti ricamate e ai volti in perenne movimento. La danza seguiva copiosa la musica a tratti fuori tempo di una formazione provinciale. Dall’unica piccola finestra sulla destra s’intravedevano degli alberi scuri, esili e slanciati, arrampicati sul cielo cobalto cercando di afferrare una Luna piena e lucida. Sui pavimenti scricchiolanti, tra le confuse urla di baldoria, posavano i piedi d’un’ombra di luce, una soggiacente delicatezza anelante, avvolta nelle bianche membra d’una lei. Vestita d’un abito scolorito, d’un rosso morto, truccata dello stesso rossetto rosso acceso, ma sfaldato a chiazze sulle labbra sottili. I fianchi lunghi e fragili, catturati e imprigionati nelle doppie braccia d’un uomo che fingeva di seguire il lento malsuonato. Era l’uomo dal volto quasi oscuro a catturarle a forza lo sguardo tralasciato, a tratti coperto d’un forzato sorriso di compiacimento. Stillavano solo vuotezza, i suoi occhi, strappati e inghiottiti in un’assordante festa che non le parlava. Ricopriva quasi di scherno se stessa fingendo di seguire a tempo i passi, a mantenere ancora saldamente avvinghiate le braccia al collo di un energumeno di cui non era mai stata interessata; la sua pelle bianca, a tratti pallida sul fondotinta doppio e increspato, era tramortita in volgari ed eccentriche azioni, offuscando e sporcando quella singolare luce che l’avvolgeva, che le avvolgeva gli occhi. Respirava a tratti profondamente, mentre cercava di non chinare il capo, mentre lasciava sciogliersi incurante i nodi che le legavano i capelli scuri. E l’uomo le parlava compiaciuto di tanto in tanto all’orecchio, e raggiungeva la sua gloria e pacificazione spirituale calando un pò più la mano sulla sua schiena, tastandola quasi come stoffa di mercato. E lei, lei lo lasciava fare, aspettando quasi a singhiozzi la fine di quel pessimo lento, non ascoltato neanche da molti. Speravo che a tratti posasse il suo sguardo si du me, trovandomi tra la calca di ombre e risa che ci dividevano; ma era immensamente lontana, latente, fugace. Appariva una fata decadente, vaporosa di aliti sporchi e di nullità; un nulla che le permetteva di confondersi di non farsi trovare, di non esser presa tra le mani e farsi cullare via, verso stanze diverse, albe lontane, giardini profumati del suo odore. E sarebbe stato incantevole, perdere il fumo di tanti giorni nuovi a far primavera della sua pelle riemarginata, della sua anima vestita soltanto di amore degno del suo amore, del sorriso sincero e sereno di una venere avvolgente, lucente. Tenerla fra le mani e non scoprire nient’altro che l’essenza di me stesso avvinghiato nella sua carne, nei suoi capelli, nel suo amore. E poi svegli a sorridere ridere di ciò che è stato, guardarci negli occhi e perderci nella luce di un mattino che non muore. Ma gli occhi erano altri. Era lì a svestirsi di se stessa, a vendersi per desideri non suoi. Ora traballava tra l’alcool ingoiato a forza e le trascinanti braccia del compagno. Ora sorseggiava il suo ego macchiato nei calici sporchi che la rispecchiavano nel buio della folla. Stralunata, senza equilibrio cercava una luce in alto, sul soffitto distendendo il collo lungo. L’uomo prese le sue mani e meccanicamente le abbassò il capo, incipriandola con la lingua della sua dirompente bava. Ingoiai a forza ciò che mi restava sul banco e corsi via seguendo le spalle del vecchio cacciato a sordi insulti. Non mi voltai. La canzone era finita.
Aurelio Miracolo