miracoli di un fuser

Universi onirici immersi in una dovizia descrittiva d’influenza realista.

Racconti visivi sciolti in morbidi flussi.

Sguardi, analisi e riflessioni.

Questi i “mondi” del nostro Fuser.

Noia

Un foglio strappato, caduto dal tavolino, arenato tre le pieghe dell’asfalto arso di luce scarlatta.

Una mano pendente, lasciata dal braccio dondolare inerme con l’aria rotolante via per il crepuscolo silente. Un tempo immobile, vestito di scure sete stanche, ambiguo e avvolgente. Ubriaco di lascivia e incuranza stavomene seduto a lasciarmi accarezzare dalla brezza, guardando ai bordi del caffè spento tutto ciò che mi passava davanti. Tremavo di tanto in tanto in qualche sorriso, tra una grassa signora in veste alle prese con le sue volgarità e un bambino che inseguiva farfalle arancioni. Di fronte, la facciata di un palazzo scura, di spalle al sole grande e ramato che incendiava gli occhi dei pochi passanti che lo incrociavano con lo sguardo. Ricordai che il giorno prima il cielo ai miei occhi s’era tinto di sfumature rosse e verdi, e poi avevano iniziato a balenare cortei di astri e stelle imbevute di lacrime silenziose.

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Cronaca da camera

Straniato dalle luci notturne guardo le mie mani a noleggio, aggrappate al corpo caduco e già assente.

La finestra aperta, sul davanzale bianco merda di rondini. Una casualità, tutto. Una casualità aver trovato, rincasando, una prostituta tibetana in camera, esile e sfiorita come una camomilla autunnale. Una casualità, averle parlato, calcandogli le mie parole vuote e circostanziali all’orecchio. Sarebbe potuta rimanere lì, o non esserci mai stata. Invece si posava, inerme, prima che mi ritrovassi solo a guardarmi gli ologrammi delle mie mani. Vibrava di forze oscure e malediva il mio sguardo, e malediva il suo sguardo fetido e carico. Non le chiesi se era in servizio, ma lei non si sorprese, s’aspettava già che non gliel’avrei chiesto. Iniziai a raccontarle del mio vizio di attaccare carta da parati sul mio nome, e lei sorrise. Non un sorriso incerto, non un sorriso stronzo. Un sorriso. Avrei voluto cucinarle del cibo liofilizzato che avevo comprato a metà prezzo al mini-market di Hang il pomeriggio prima, ma mi aveva fermato prima che io allungassi soltanto la mano verso gli scaffali del piano cottura. Prima guardava, come ora, a tratti, la merda di rondini su per il davanzale.

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D’arborea vita vivente

Argenteo crepuscolo, d’in su per le ciglia della strada sterrata, indomata di polvere sferzante. Accanto, i versile geometrie calzanti d’un mare vivente, carico di vortici e tempeste latenti. Il vento nelle tasche aperte, giù fino al ricamo sgualcito e falsato dei bordi, accaniti e battenti su sbucciate ginocchia; Perle sbiadite e sgargianti afferrate negli occhi, trascinanti lungo la strada, su per le correnti aulenti, verso facciate di salvezze recondite e sovrane per l’anima umana.

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Palliativo serale

La baciai e le puzzava l’alito. Avevo passato il pomeriggio sulla tazza del cesso ascoltando la cavalcata delle Valchirie diWagner. A pensarla. Il suo alito aveva un retrogusto di merluzzo affogato nel gorgonzola scaduto. Fu così disgustoso che provai piacere, un piacere casto e puro. Aveva i seni piccoli, quelli che entrano in una coppa di champagne anche col reggiseno imbottito d’acqua. Lei sorrideva, nelle sue insicurezze incomprese. E io le sorridevo da coglione, con un sorriso banale misto a finta compassione.

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Intermezzo (a nessuno, o quasi)

Non cadevi più a metà, nemmeno coi vestiti stracciati. Non cadevi più, tutta, sulla banchina di legno nel vecchio molo
di St. Raphael come quand’eri piccola. Diamanti agganciati al terreno su una punta, barcollanti, erano i tuoi piedi, sotto le calze dismesse che coprivano a chiazze la superfice liscia dei tuoi pori. Luci deviate, per caso, i tuoi occhi, nei tuoi occhi. E rimembra, l’effimero e forte amore acerbo, sbocciava e areggiava felice per ogni passante, per ogni viandante che t’offriva una sigaretta, un passaggio, o delle semplici parole. Oh, non dimenticar come quando aspettavi colla tua veste di fiori i tuoi primi amanti che t’infiammavano solo per le tue gambe fresche. E Amavi i sassi su cui camminavi, gli alberi, e i cieli che t’avevano insegnato a conoscerti meglio. Correvi a piedi nudi anche sulla terra battuta,

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Dacchè il mio sogno è di cadere come una foglia, in uno stagno.

E’ Notte. Cade danzando una foglia nello stagno, il più eclatante degli stereotipi. Scrivo a macchina sorridendo pianpiano, ripensando a ciò che non era mai avvenuto. Ciò che non sarebbe successo, perchè tutto troppo diverso dall’ordine reale delle cose. Tuttavia spedisco alacremente battendo sui tasti neri urtati in rumori ormai accasciati nella rassegnazione.

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Le ultime visioni di una musa.

Un prisma di luci incendiava l’aria, e lei v’ondeggiava liberamente, preziosa. Le braccia a tentoni, a fendere il vuoto, il fogliame arancione e morto sotto i bianchi piedi. Musiche d’arpe e motivi lontani rantolavano veementi fin nelle sue orecchie. Il cielo la guardava, e gli alti pini, e le querce e le foglie nascoste mentre esplodeva di sorrisi e di lente danze improvvisate. In lei, luce bianca, in lei, fresco frutto dai forti sapori, in lei, culla d’armonie remote e antiche, vergini e forti come un risveglio, come un bisogno, come un ritorno.

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La faccia grigia dell’Amstel

Una volta si parlava d’amore. Sì, ai tempi ingenui, puri. Si calcavano speranze, si parlava di amori coltivati comepiantine su un davanzale, si correggevano erorri banali con soluzioni banali. Ci si guardava negli occhi con tenui sorrisi declamanti una felicità limpida e pura, possibile solo nelle illustrazioni di Mary Poppins o in qualche figlio animato di Disney. Si credeva nell’ in-credibile, si era stupidi e sfrontati, e terribilmente insipidi. Ora una nuova finestra, quella dell’ennesima (e di certo non ultima) stanza che ospita le mie notti, viene proiettata dai miei occhi in modo diverso. Sarà che lo scenario è decisamente diverso dagli acerbi anni adolescenziali, dove oltre a banalità crescevano solo peli sul pube. Sarà che ora non si parla più così tanto d’amore.

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Ballade.

“Bruciate disertori, bruciate!” sbraitava un vecchio con la barba bianca, tra il furore e la noncuranza dei presenti. La stanza traballava incerta dei movimenti convulsi e febbrili della folla addossata l’una sull’altra. I corpi, le vestisudate dai ricami sgualciti si contraevano e si toccavano senza più alcuna delicatezza.

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