Greenberg, l’ultimo dei disadattati

cinema indie statunitense dell’ultimo decennio ha scandagliato tutta la gamma di nevrosi che angosciano la società a stelle e strisce. All’interno di nuclei familiari disgregati dall’incomunicabilità tra padri e figli in una cultura che vorrebbe ancora fare della centralità della famiglia uno dei suoi capisaldi, abbiamo visto muoversi artisti (o pseudo-tali) trentenni immaturi, nerds sessualmente precoci con un marcato complesso edipico, adolescenti inquieti con il fardello di non riuscire a scrollarsi di dosso le colpe dei padri. Tanto per fare qualche nome, possiamo menzionare la scalcinata stirpe de I Tenenbaum o gli stralunati fratelli Whitman de Il treno per il Darjeeling, entrambi diretti da Wes Anderson, l’utopista narcolettico Donald di Donnie Darko di Richard Kelly, il quindicenne Oscar seduttore di donne mature di Tadpole di Gary Winick, fino alla multiforme (nel senso lato del termine) Aviva dello spiazzante Palindromi di Todd Solondz. In questo lungo elenco di disadattati fratelli figli unici rientra anche il Roger protagonista de Lo stravagante mondo di Greenberg di Noah Baumbach, altro cantore delle crisi esistenziali e delle desolanti evoluzioni dei rapporti familiari nei giorni nostri con i recenti Il calamaro e la balena e Il matrimonio di mia sorella. C’è qualcosa, tuttavia, che differenzia Roger Greenberg dal campionario dei predetti antieroi: egli è appena uscito da un ospedale psichiatrico di New York, reduce da un esaurimento nervoso, ma il suo disagio e il suo malessere non sembrano riconducibili a nessun complesso nato e sviluppatosi all’interno del contesto familiare. Fin dal momento della sua apparizione sullo schermo, Roger è solo. Il fratello, la cognata e i nipoti gli hanno lasciato in custodia la casa e il cane. Il ritorno nella città natale di Los Angeles e lo stato di forzata solitudine paiono offrirgli la situazione ideale per riflettere sulle proprie idiosincrasie e riorganizzare la sua esistenza. Greenberg sembra quasi una monade che rifiuta ogni contatto con il mondo esterno. Come un Herzog dei nostri tempi, scrive lettere di protesta al sindaco di New York, alla Starbucks e all’American Airlines, ma è nelle relazioni interpersonali tangibili e concrete che dimostra la sua incapacità di adattarsi alla realtà che lo circonda. Roger la sua odissea l’ha già vissuta, ma il nostos gli riserva tutt’altro che onore, gloria e serenità: nessuna donna lo ha aspettato (la sua ex ragazza, Beth, si è sposata e ha avuto due bambini), gli amici con cui suonava non gli hanno perdonato di avere detto no, lui per tutti, a un contratto discografico e tra loro solo l’ex chitarrista Ivan è disposto a dedicargli attenzione. Eppure è proprio al suo passato che Roger continua a guardare. Egli ha fatto sue le parole dello psichiatra che lo ha curato: «mi costa vivere nel presente, così mi soffermo sul passato perché, in primo luogo, mi sembra come se non l’avessi mai vissuto». Rifiutando qualsiasi ancoraggio al presente e qualsivoglia progetto che possa anche minimamente guardare al futuro, Greenberg si rifugia in questo tempo perduto idealizzato, cercando di recuperare i vecchi rapporti così come li aveva lasciati vent’anni fa, prima di fuggire a New York, ignorando i salti mortali che Beth e Ivan hanno dovuto compiere per adeguarsi ai tempi attuali. È proprio questo rifiuto di crescere e di adattarsi alla sua età che separa Roger non solo dai suoi coetanei quarantenni, ma anche dalla generazione successiva, verso la quale ostenta un profondo disprezzo che nasconde una malcelata invidia, come dimostra la breve invettiva che egli rivolge alla gioventù sprecata mentre fuma la loro erba durante una festa. Ma una speranza di redenzione forse c’è: l’amore, probabilmente. A distruggere le barriere protettive di Roger sarà la venticinquenne Florence, una ragazza con quindici anni in meno e gli stessi dubbi su come dare un senso alla propria vita. L’incontro tra queste due solitudini così vicine e così lontane potrebbe essere il preludio per una svolta esistenziale? Il regista si ferma un attimo prima di svelarci un possibile indizio su come andranno le cose, ma di certo, dopo una lunga serie di addii e ricomposizioni, qualcosa in Roger è cambiato: è riuscito per la prima volta a confessare a qualcuno i suoi sentimenti, anche se tramite un messaggio in segreteria. A noi la libertà di decidere se vivranno felici e contenti. Baumbach ama troppo i suoi personaggi per ingabbiarli in un finale unidirezionale. E forse è anche il modo migliore per lasciarci coltivare qualche speranza di lieto fine.

Luca Iuorio

Anno 1 Numero 55 Articolo 4

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