Gli accordi e i disaccordi di Woody Allen

Posted on 30 agosto 2010 by Sasy

Ok, sarò un chitarrista e amo in modo forsennato Django Reinhardt, e qualsiasi cosa correlata a lui sembra magica ai miei occhi, ma un altro dei soliti cult di un altro mio grandissimo beneamato (stavolta del cinema), ovvero l’inaggettivabile Woody Allen nella sua ricca sfilazzata di opere, ne annovera una dedicata alla musica gitana di uno dei più grandi musicisti Jazz della storia. Il film, signore e signori, è Accordi e Disaccordi. E non ne parlerò così misericordiosamente bene soltanto per i motivi che vi ho appena detto, se avesse falcidiato la memoria di Django (con enorme dispiacere) avrei obiettivamente giudicato male il nostro Woody. Ma Accordi e Disaccordi pullula (come quasi ogni film di Allen) di spunti, ed è incastrato a meraviglia in quasi tutti i suoi tasselli.
Il tassello principale con cui Allen ha dovuto avere a che fare è il suo ego sproporzionato. I suoi capolavori sono sempre iniziati e finiti con la sua faccia o con la sua voce (o con tutte e due), e nemmeno un film dedicato interamente alla vita di un musicista jazz può passarla liscia. Quindi Allen non solo riprende la tecnica della narrazione sottoforma di documentario, ripresa da un altro suo capolavoro, Zelig, ma al centro del film non c’è Django, sebbene il film lo ritragga. Django è una comparsa, ritratto in qualche fotogramma scarso, e senza parlare per giunta.

Django, nel film dedicato a lui, è rappresentato come il mito della sua stessa musica. Ed è un dettaglio accattivante, visto che Reinhardt era uno zingaro e solo negli ultimi anni della sua breve vita ricevette una piccola parte della grandezza che successivamente gli è stata attribuita. Ma se non è lo stesso Django ad essere il protagonista della sua storia, chi veste i panni dell’eccentrico artista dilaniato tra povertà, passioni e gli eccessi di una vita vorticosa, a tratti opulenta e fortunata? Qui il tassello principale trova il suo incastro completo: Allen crea un alter ego di Django, Emmet Ray, che si dirà sempre come il più grande chitarrista vivente, secondo solo ad uno zingaro francese di nome Reinhardt. Emmet suona la stessa musica di Django, ed è acclamato nei piccoli foxtrot e locali in cui si esibisce, e spende la sua vita proprio come un enfant prodige jazzista figlio della fame bastardo poteva spenderla negli anni trenta. Scialacqua denaro anche nei momenti più difficili, e salta di donna in donna senza particolari interessi. Ora, Emmet è ossessionato da Django, ma il punto non è solo questo. Con questo mirabile giochetto d’astuzia Allen ha potuto plasmare la sua ennesima creatura, imbevendolo della vita di Django, ma plasmandolo secondo le sue necessità e gusti. E le necessità e i gusti di Emmet sono l’altro volto di Django, quello visto da Allen, che fa della storia di Emmet un’intera e complessa allegoria, fin ogni suo minimo particolare. Gli altri tasselli da qui si svelano.
Oltre alla sua simbiosi con la chitarra e la musica che suona, di Emmet viene descritta la sua vita sentimentale, che narrativamente parte nei bordelli per finire in caterve di donne, alcune delle quali lo amano, ma che non hanno mai lontanamente rapito l’amore di Emmet. Emmet ritiene l’amore una trappola che lo allontana dalla musica, e cerca di tenere le donne e l’amore entro stretti confini. Tutto ciò fin quando Allen gli fa cascare tra le mani una ragazza sorda, un pò toccatella, ma pura di sentimenti e diventata totalmente “un’orbita” di Emmet. Egli non riesce a separarsene subito, la porta con sé ad Hollywood, (dove ha una piccola parte che frustra ulteriormente le sue ambizioni), ma poco dopo più di un anno la lascia. Successivamente in preda all’impulsività sposa una scrittrice, dalla bellezza e la personalità più ricca. Ma a Emmet non interessa più di tanto, le piace perchè insomma, è interpretata da Uma Thurman, e chi dice di no a Uma Thurman. Il matrimonio in ogni caso si rivela un fallimento, viene tradito e cerca di tornare dalla toccatella. La scena finale si chiude con un Emmet solo che sfascia la sua chitarra cacciando a urla la solita ragazza di turno, l’ennesima che non apprezza le sue piccole manie, o passioni, come vedere passare i treni o sparare i topi alla discarica. Allen da tutta questa “incompletezza” sentimentale ad Emmet perchè egli è e dev’essere rapito solo e soltanto del suo talento musicale, e la sua musica ha il monopolio assoluto dei suoi sentimenti, della sua rabbia, della dolcezza, dell’amore, della struggenza. La sua prima moglie non a caso definisce Emmet a letto come distratto in un mondo tutto suo, fondamentalmente legato sentimentalmente alla sua chitarra, tanto quasi da metterla in secondo piano anche durante il sesso. E’ un vuoto che Emmet non vuole e non sa colmare. E tutto ciò è la sua condanna, perchè è sua moglie a fargli notare tramite la sua analisi che ciò che non lo rende grande come il mitologico Django Reinhardt è la sua incapacità di creare ed evolvere le proprie emozioni, è ciò lo rende un uomo vuoto al di fuori della sua musica. Tutto ciò che riesce a esprimere è paradossalmente limitato soltanto alla sua immensa talentuosità; è come una voragine che raccoglie ogni sua sensibilità e sentore per trasformarlo unicamente in musica. E l’apice della sua carriera musicale sarà quando alla fine finalmente soffrirà per la solitudine sentimentale in cui era rinchiuso, e l’incapacità di amare una donna.
Un ritratto profondamente allegorico, articolato su diverse impalcature, di una cornice trasversalmente storica e strutturalmente poliedrica, mescolando documentari e storie immaginarie a biografie vere ed esaltanti, sebbene sia un lavoro, quello strutturale, che in parte Allen aveva già rodato e perfezionato nel già citato capolavoro-Zelig.

Aurelio Miracolo

Anno 0 Numero 22 Articolo 1

Foto: http://www.cercasoftware.com/articoli/accordi-e-disaccordi-ita-dvdrip-mu/

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