Daniele Silvestri canta l’Italia incerottata

Non ci sono tormentoni in stile La paranza o Gino e l’Alfetta nell’ultimo lavoro di Daniele Silvestri. A quattro anni di distanza da Il latitante, il cantautore romano ritorna con S.C.O.T.C.H., un album riflessivo e introspettivo. Al primo impatto l’impressione è quella di trovarsi di fronte a un fluire inarrestabile di sentimenti contrastanti, a un continuo alternarsi, da traccia a traccia, di sarcasmo e amarezza, di allegria e sconforto. Gradualmente, l’ascoltatore paziente e non distratto troverà almeno un brano nel quale riconoscersi appieno. E ciò accade perché Silvestri traccia una radiografia dell’attuale momento della società italiana. L’ironia che caratterizzava i testi del precedente album stavolta appare più sommessa e finisce spesso per cedere il posto all’indignazione e all’invettiva. E questo lo si evince già dal titolo: S.C.O.T.C.H. è sì un acronimo che i fan si sono divertiti a interpretare nei modi più fantasiosi (Silvestri ha attribuito la propria personale preferenza a «Settuagenario Cavaliere Offre Tenda Con Harem»), ma se tralasciamo i giochi enigmistici e pensiamo al significato della parola in sé, la simbologia appare evidente: il nastro adesivo è l’allegoria delle soluzioni temporanee, una metafora della situazione di precarietà che tutti noi stiamo vivendo. È questa condizione di persistente e indeterminata incertezza il filo conduttore che lega i quindici brani dell’album. L’unico momento davvero spensierato è lo squisito rifacimento de La gatta di Gino Paoli (un remake a cui partecipa lo stesso cantautore genovese) che diventa La chatta e ironizza sulla moda dilagante di Facebook che ha colpito giovani e vecchi. La precarietà sociale finisce per inficiare in primo luogo sulla stabilità dei sentimenti e dei rapporti interpersonali: se ne parla nei brani intimisti come Sornione, delicato inno all’amicizia scritto e cantato con Niccolò Fabi; in Acqua stagnante, In un’ora soltanto e Fifty-Fifty si ragiona sulle cause che determinano la crisi o la fine di un amore, dall’impreparazione psicologica a costruire un progetto di coppia fino alla quotidiana guerra per arrivare a fine mese che si riflette sugli affetti e sugli affitti, mentre Ma che discorsi scherza proprio su questa ossessione di trovare una stabilità attraverso un dialogo tra amanti che decidono di affidarsi al caso nella speranza che li conduca nella direzione giusta. C’è poi la canzone che dà il titolo all’album Lo scotch, la storia di un trasloco a ritmo di reggae che assume venature esistenzialiste anche grazie al monologo finale recitato da Peppe Servillo e alla poetica coda affidata alla voce di Andrea Camilleri che racconta la storia di un italo-americano che ritorna nella natia Sicilia e scopre di essere stato menzionato erroneamente su una lapide in memoria dei caduti in guerra. Un racconto che ci introduce un altro momento fintamente spensierato, la coinvolgente L’appello che racconta, su una base musicale quasi circense, la morte del magistrato Paolo Borsellino vista con gli occhi del fratello Salvatore. E c’è infine il Silvestri arrabbiato, quello che in Precario è il mondo canta il rancore dei giovani che non hanno più voglia di «abitare lo stivaletto», senza un futuro da difendere e un lavoro «essenzialmente rimovibile, sostituibile, regolarmente ricattabile», o che si rivolge al Presidente della Repubblica prima “educatamente” con le parole di Gaber nella cover di Io non mi sento italiano e poi con toni polemici, ma mai irrispettosi, lo invita a riflettere sul suo ruolo istituzionale e sulle responsabilità che ne conseguono in Monito(r). In sostanza, c’è di tutto e ce n’è per tutti, nel bene e nel male, in queste quindici tracce registrate in presa diretta. S.C.O.T.C.H. è un album autentico e coraggioso che traccia un bilancio generazionale cupo ma, ahinoi, veritiero. E Silvestri si conferma, ancora una volta, il migliore cantore della contemporaneità nel panorama musicale italiano.

Luca Iuorio

Anno 1 Numero 57 Articolo5

Foto:impattosonoro.it

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