18 febbraio 1861 nasce il Regno d’Italia. L’Italia vessata da tante guerre, annessioni e cessioni di più e più territori è
finalmente unita. Almeno sulla carta. Difatti le differenze economiche, sociali e culturali ereditate dal passato ostacolavano, e lo fanno tutt’ora, la costruzione di uno stato unitario vero e proprio.
Il sud, l’ex Regno delle due Sicilie, che fino ai primi dell’Ottocento vantava uno sviluppo economico e soprattutto culturale che faceva gola alle più grandi potenze europee e mondiali, giunge allo sfacelo. E’ la crisi più profonda. Il re Francesco II viene deposto. I tesori reali condotti altrove. Il sud viene condannato alla miseria.
La situazione italiana oggigiorno non dista tanto dalla seconda metà dell’Ottocento.Qualcuno afferma addirittura che ci sia stato un peggioramento rispetto a centocinquant’anni orsono. I motivi sono conosciuti. La rivoluzione industriale non è praticamente mai iniziata da queste parti. Gli effetti della tradizione del baronaggio e del clientelismo si possono ancora notare nella realtà socio-politica di questi territori. Nessuno ha mai pensato di prendere in mano la situazione. Nessuno. Tutti hanno lasciato questa parte dell’Italia al loro triste e già segnato destino. Poi cosa fanno? Bossi & Co ci propongono il “federalismo fiscale”! Ottima idea direi.
Le stime parlano chiaro. Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno nonché candidato alle regionali campane 2010, durante una sua intervista su Canale21 il 2 Febbraio 2010, ha parlato di ben 800.000 disoccupati nella sola Campania. Numero che, sommato a quello degli altri disoccupati delle restanti regioni del Mezzogiorno, raggiunge livelli stratosferici. Cosa significherebbe attuare il sistema avanzato dalla Lega Nord in zone degradate e semi-(o addirittura non-) industrializzate come quelle del Sud?
Procediamo per gradi. Il federalismo fiscale non è altro che “una dottrina economico-politica volta a instaurare una proporzionalità diretta fra le imposte riscosse in una determinata area territoriale del paese (Comuni, Province, Regioni) e le imposte effettivamente utilizzate dall’area stessa.” Ciò che una Regione guadagna, quindi, corrisponde in modo proporzionale alle finanze che la stessa ha a disposizione per le sue spese amministrative e non. Il Federalismo introdurrebbe per la prima volta nella nostra Costituzione il principio di sussidiarietà, che lascerebbe allo Stato una competenza minima nel campo dei servizi generali, dell’assistenza ai più deboli, della sanità pubblica e dell’istruzione a tutto vantaggio dei privati. Ciascuna Regione potrà gestire autonomamente le proprie risorse e creando così un dislivello spaventoso nella qualità della vita dei cittadini che risiedono nelle Regioni meno ricche di entrate.
Si può dire in estrema sintesi “A ciascuno il suo!”. E non sarebbe male. Almeno se tutte le regioni partissero da un punto di sviluppo comune. Invece cosi non è, e la formula federalista se applicata sic et simpliciter porterebbe al collasso la struttura pubblica ai vari livelli delle già citate regioni più svantaggiate ed ad un loro progressivo depauperamento ed indebitamento, con ripercussioni sociali non facilmente ipotizzabili, ma certamente non felici.
Il tracollo è, quindi, vicino. Rimbocchiamoci le mani altrimenti prepariamoci al peggio.
Francesco Coppola
Anno 0 Numero 2 Articolo 5
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Però bisogna dire che esiste sempre il Fondo Perequativo?!?!? FEDERALISMO FISCALE, SVIMEZ:
FONDO PEREQUATIVO PER IL MEZZOGIORNO
Un fondo perequativo per compensare la minore capacità fiscale dei territori
del Mezzogiorno, come previsto dall’articolo 119 della Costituzione: questa
la posizione della SVIMEZ in materia di federalismo fiscale e in merito al documento
proposto dal gruppo di lavoro nominato dal Ministro dell’Economia Tommaso
Padoa Schioppa al Consiglio dei Ministri dello scorso 22 dicembre.
“Nel Mezzogiorno la pressione fiscale posta in atto dagli Enti territoriali è più
elevata”, si legge nella nota diffusa dall’Associazione e pubblicata sul sito
http://www.svimez.it. Ma a fronte di questo “il livello dei servizi è ampiamente insoddisfacente.
L’applicazione dell’art.119 dovrebbe invece consentire agli Enti di tutte le zone
d’Italia di disporre, applicando l’aliquota base dei tributi, di risorse sufficienti a finanziare
integralmente le funzioni pubbliche che sono ad essi affidate”, per garantire
“livelli standard di servizi”.
“Se la base di partenza che è posta nell’art.119 non viene assicurata, conclude
la SVIMEZ, rischia di non potersi utilmente applicare il comma 5 dello stesso articolo,
che richiede risorse ed interventi aggiuntivi” necessari al “superamento del dualismo
nazionale”.