Si chiama “Parkour” e quando ha visto la luce negli anni 80 a Parigi non era esattamente un’arte, ma più vicina ad un
espediente per sfuggire ai “cops” francesi. Era l’arrampicata acrobatica sui tetti, una fuga dai jump rapidi ,che via via si sono avvicinati alla street art a tutto tondo.
Dopo la nascita in Francia, si è diffusa a macchia di leopardo nelle aree suburbane di Londra e in Germania negli anni 90. Dal 2000 sempre più praticata anche in Italia, soprattutto a Torino, Milano, Roma e Napoli.
Il “Parkour” è l’arte dello spostamento, il disegno del corpo nello spazio suburbano.
Lo scopo è quello di riuscire a muoversi attraverso la città superando le barriere architettoniche, evolvendo (o involvendo) nella costruzione di percorsi alternativi per raggiungere due punti all’interno dello spazio. Non è dunque solo un’arte, ma una disciplina individuale dove si è “treceur”, tracciatore del proprio percorso come risposta al preordinato movimento sociale. E’ disciplina nella misura in cui bisogna educare il proprio corpo al raggiungimento del proprio ideale di “Parkour”: bisogna apprendere tecniche di scavalcamento, allenarsi sull’equilibrio e sulle tecniche di atterraggio (rolling), che permettono di atterrare anche da grandi altezze senza danneggiare le articolazioni.
Il “Parkour” può essere praticato in gruppo, ma è essenzialmente una disciplina individuale. Si è alla costante ricerca del proprio flow in continua evoluzione e miglioramento, tra tecnica e creatività. I “treceur” degli anni ’10 non ascoltano prevalentemente “indie rock”, come gli skaters di nuova generazione; piuttosto non si identificano in un genere musicale, né in un abbigliamento che li ingabbia nel riconoscimento immediato. Riusciranno a tenere testa alla imminente commercializzazione mediatica del loro movimento artistico?
Vi proponiamo un video amatoriale interessante che abbiamo selezionato per voi su youtube:
http://www.youtube.com/watch?v=IjQxIRWZu0c
Emiliano Russo
Anno 0 Numero 2 Articolo 17
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